Nelle foreste di Francia e della Cecoslovacchia, in quelle affacciate sul Baltico, hanno camminato poeti e filosofi, soldati, ribelli, vagabondi e giramondo fannulloni, tutti negli stessi boschi, e alcuni hanno scritto dei libri su questa cosa, capisci? Per camminare in un bosco, continuava senza badare ai nessi della logica, bisogna imparare a trovare il proprio passo lasciando che i piedi seguano il respiro e questa semplice accordatura ci rende inclini alla riflessione astratta, all’osservazione soprattutto. Con che spirito ci guardiamo intorno quando passeggiamo nel bosco? Tra l’avventuroso e il romantico, come se guardassimo il mondo per la prima volta, diceva. Non ci importa della meta, incontriamo viandanti come noi, fuggitivi e clandestini, oziosi e inquieti, il bosco non si divide per nazionalità come una cartina geografica, hai mai visto una betulla ritrarre i rami per non sconfinare in territorio straniero?

Il bosco del confine di Federica Manzon, edito l’anno passato per Aboca Edizioni, è un romanzo breve che parla di camminare nel bosco e delle Olimpiadi di Sarajevo del 1984 e poi ancora della guerra civile bosniaca e di come alcuni luoghi siano casa e, nonostante il senso di appartenenza, dopo un po’ non ci si voglia o non ci si sappia più tornare.

Non era semplice tenere insieme un materiale narrativo così composito, nemmeno sotto la cifra dell’autobiografia; eppure Federica Manzon riesce a far scorrere episodi e accadimenti dislocati nello spazio e nel tempo distillandoli in un racconto coeso ed essenziale, che restituisce un’immagine per molti versi inedita degli ultimi quarant’anni di storia del vicino est pur senza sprecare troppe parole – verrebbe da dire in perfetto stile friulano, la regione più cosmopolita d’Italia, da cui l’autrice proviene nonostante si sia spostata, da adulta, e su sua stessa ammissione, “sempre più a ovest”.

I personaggi che incontriamo nel racconto sono pochi ma vividamente tratteggiati: la protagonista, Shatzi, che fa i conti con il lascito di un padre che ha provato a comunicarle una certa idea di mondo (internazionale, ampio, pacificato) portandola a passeggiare nel bosco, il luogo dove si sentono e si capiscono tante cose senza bisogno di dirle ad alta voce; Luka, ragazzo iugoslavo che le fa da cicerone durante le Olimpiadi dell’84 e la cui vicenda biografica del decennio successivo permette di ricostruire le drammatiche circostanze dell’assedio di Sarajevo, in un tentativo, forse, di emendare la percezione distorta e semplicistica che i media dell’Europa occidentale ne hanno dato per un decennio.

A fare da sfondo alle diverse vicende, poi, una nota a cui tutto il racconto sembra essere accordato, quella della sevdah, che l’autrice ci spiega essere “quel sentimento vago di cui parlano le canzoni bosniache, […] la piacevole sofferenza spirituale che si prova quando si accetta che la propria vita è fatta anche di dolore e ci si abbandona al piacere di questo preciso momento.”

Il pathos malinconico di alcune riflessioni e rievocazioni è bilanciato da una narrazione storica – nel senso ampio di storia dell’uomo e di storia personale, autobiografica – lucida e penetrante: quando Shatzi e Luka incontreranno, per caso durante i loro vagabondaggi notturni, Radovan Karadžić (mai nominato direttamente, ma descritto e caratterizzato in modo che il lettore non possa sbagliarsi sul suo conto) la scrittrice non cede, retrospettivamente, alla tentazione di leggere in quell’incontro una sorta di funesta premonizione, sapendo che, per quanto la storia non possa essere raccontata che con il senno del poi, al vero storico tocca il compito di non inquinare il prima e il dopo, di non confondere fatti e opinioni; i soli fili che, tirati, mettono in moto gli eventi sono quelli del ricordo, ed è nella sua dimensione che le due storie, l’universale e la personale, virtuosamente si uniscono:

Non possiamo prevedere l’incontro che ci aspetta e al quale, quella sera, non darò troppo peso: eviterò di attribuirgli un senso di sinistro presagio, in fondo passiamo la vita a attraversare contingenze memorabili, sfioriamo con la spalla la Storia, e quasi sempre tiriamo dritti senza accorgerci di nulla.

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