Sono scesa in portineria e non appena ho avvicinato l’orecchio al ricevitore, ho sentito solo metà frase pronunciata dalla mamma: «… assegnato l’appartamento!». «Come?» ho detto senza riuscire a organizzare le parole in un pensiero, nella frase alla quale mi stavo preparando da quasi metà della mia vita. «Ci hanno assegnato un appartamento!». Ci hanno assegnato un appartamento, mi echeggiava nella testa. E poi ancora. Ci hanno assegnato un appartamento. Non ero sicura di poter pronunciare una cosa del genere. C’erano due frasi che vivevano da qualche parte in cielo, frasi magiche, e comunque familiari, perché le pronunciavo continuamente dentro di me. Ma di cui in realtà non conoscevo il suono perché non le avevo mai espresse a voce alta. Una era «Papà è vivo» e l’altra «Ci hanno assegnato un appartamento».

Hotel Tito di Ivana Bodrožic, edito in Italia nel 2010 da Sellerio, racconta con dolcezza e disincanto alcuni risvolti della storia croata più recente e lo fa attraverso lo sguardo della protagonista e voce narrante, una ragazzina che condivide molti tratti in comune con il vissuto dell’autrice. È il 1991 quando nella città di Vukovar, al confine con la Serbia, irrompe la guerra e molte famiglie sono costrette a scappare per sfuggire alla violenza. Anche la protagonista, con la madre e il fratello, si mette in salvo prima a Zagabria e poi a Kumrovec, città natale di Tito. Qui i tre, a cui poi si aggiungeranno i nonni, vivranno per circa sette anni all’Hotel Zagorje, nato come albergo, diventato negli anni ’70 sede della Scuola del Partito Comunista, convertito all’inizio della guerra in rifugio per gli sfollati, e da loro ribattezzato ironicamente “Hotel Tito”. Con il passare degli anni, la famiglia vivrà nella remota speranza di riabbracciare il padre, dichiarato disperso durante l’assedio di Vukovar, dove era rimasto per combattere contro l’avanzata delle truppe serbe, e con il desiderio di potersi trasferire in un vero appartamento, meta tanto agognata e conquistata dopo missive su missive indirizzate alla Commissione alloggi. Lo scorrere del tempo vede la protagonista crescere e passare dall’ingenuità dell’infanzia ai primi turbamenti adolescenziali, cercando di vivere in maniera quanto più possibile serena gli anni in cui, pur desiderando più di ogni altra cosa avere un padre e una casa, le giornate sono scandite fra la scuola, le nuove amicizie, i primi innamoramenti, la musica dei Nirvana e la moda grunge. In Hotel Tito la ricerca della casa, che allude anche al senso di familiarità, al desiderio di trovare riparo e ristoro dopo tante sofferenze patite, prosegue dalla prima all’ultima pagina e diventa testimonianza di resilienza, comunica speranza e fiducia in un futuro che si vede destinato a cambiare per aprirsi verso orizzonti più luminosi. La protagonista cerca giorno dopo giorno di trovare la “normalità”, nonostante percepisca la propria diversità, venendo spesso etichettata come profuga, orfana e sentendo la mancanza della sua città natale. Pur non essendo né un memoir, né un romanzo di guerra, Ivana Bodrožic riesce perfettamente a ricreare l’atmosfera di un preciso tempo della vita e della Storia grazie ad una voce narrante fresca e genuina, che potrebbe arrivare dritta al cuore di una ragazzina d’oggi. Hotel Tito è quindi un libro da leggere perché dà uno sguardo inconsueto su drammatici eventi ancora poco dibattuti, avvolto dall’emotività dirompente propria dei romanzi di formazione.


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