«Per me l’assassino è la quintessenza della borghesia. Snob. Pignolo. Efficiente. Omicidio a distanza. Niente di rozzo come mettere le mani addosso alla vittima. Secondo me il tuo uomo ha almeno trent’anni. Più probabilmente è sulla quarantina». «Come fai a dirlo?» «Perché è tutto così pulito». Mooney sbuffò. «Sicuro. Pulito come un tritacarne».

È primavera e a New York il gelido inverno lascia finalmente spazio a temperature più miti. È primavera e la zona dei teatri di New York è gremita di turisti estasiati dalla bellezza della città che non dorme mai, ignari però del pericolo che incombe sopra le loro teste. È primavera e a New York, una volta l’anno, un pazzo decide di salire sul tetto di un palazzo e lasciare cadere nel vuoto sottostante un enorme blocco di cemento. È primavera e a New York, un volta l’anno, una persona muore schiacciata proprio da quel blocco di cemento. Dal momento però che, come si è detto, le morti avvengono soltanto una volta l’anno senza particolari legami l’una con l’altra, se non per la causa del decesso, vengono archiviate dalla polizia come accidentali. Soltanto l’agente Francis Mooney non sembra particolarmente convinto dell’accidentalità dei casi: è vero che hanno luogo solo una volta l’anno, ma perché sempre nel quartiere dei teatri, e soprattutto perché sempre in una notte di primavera? Che la caccia all’uomo abbia inizio.

Il fiore della notte di Herbert Lieberman, edito per Minimum fax, non è di certo un thriller come tutti gli altri: chi è abituato a dover arrivare alle ultime pagine per riuscire a capire l’identità dell’assassino e, soprattutto, a cercare di carpire da ogni minimo indizio chi possa essere, rimarrà piacevolmente sorpreso nel constatare che dopo poco più di metà libro si scoprono già nome e cognome dell’assassino. Lo sappiamo noi lettori, lo intuisce il detective Mooney e lo sa per certo il terzo personaggio che prende vita tra le pagine del libro. Quello del “bombardiere” è il caso da risolvere ma in realtà non sembra essere al centro della narrazione perché, più che lo svolgersi delle indagini, l’interesse risiede nei due protagonisti assolutamente degni di nota. Il primo protagonista de Il fiore della notte è lui, il detective Mooney, un uomo ormai anziano, solitario e insofferente nei confronti dei superiori; il secondo è Watford, farmacodipendente, bugiardo cronico, un uomo che ha vissuto un’infanzia poco serena e ha un solo amico: il Demerol. Le vicende dei due protagonisti procedono parallele per quasi tutta la narrazione e si incontrano soltanto verso la fine del romanzo, portando così avanti la trama e conducendo il lettore verso la soluzione del caso.
La bellezza del libro risiede proprio nel modo in cui Lieberman ha costruito i suoi personaggi: il lettore, più che al caso in sé per sé, è interessato alla storia di Mooney e di Watford, di cui arriva a conoscere le paure, i segreti, i pensieri, sino ad affezionarvisi inevitabilmente.
L’unica nota dolente del romanzo risiede proprio nel fatto che, pur trattandosi di un thriller, ci sono pochi colpi di scena e anche la risoluzione del caso risulta poco scoppiettante. Nonostante questo, però, è un libro di cui consigliamo assolutamente la lettura perché raramente ci è capitato di trovare in romanzi di questo genere letterario dei personaggi così ben fatti. Herbert Lieberman, chapeau!

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