Attraversavamo piazza Statuto, a Torino, nelle prime ore pomeridiane di quell’estate accesa, sotto un sole a picco. Nessuno dei due aveva il volto sudato. Improvvisamente Pavese ruppe il silenzio, proprio su questa constatazione: «Il non sudare significa che io e te valiamo ancora qualcosa, perché siamo rimasti contadini. Il sole trova posto sulla nostra pelle e non ha bisogno di farla luccicare». E io a rispondere: «Vedi, tu sei veramente un personaggio singolare, perché sempre ti riconduci alla campagna. I critici che scrivono di te e i posteri che scriveranno, falseranno spesso lo scopo, perché da una parte non riusciranno a capire come tu sia diventato tanto cittadino, e dall’altra non sapranno che non soltanto nei libri sei spesso a Santo Stefano Belbo, ma vi sei sempre, ogni giorno della vita».

Ne Il «vizio assurdo», Davide Lajolo intreccia saggio e biografia per consegnare ai posteri uno dei ritratti più autentici di Cesare Pavese. Pubblicato per la prima volta nel 1960 e riproposto di recente da Minimum Fax, Il «vizio assurdo» trae la sua forza dall’esser stato scritto da chi ha realmente conosciuto e amato Pavese, condividendone la vocazione letteraria, l’impegno politico, ma soprattutto l’origine contadina, o meglio piemontese. Davide Lajolo, originario di Vinchio, in provincia di Asti, conobbe in gioventù Pavese e dopo la sua morte decise di scriverne la storia, attingendo ai suoi ricordi personali e alle carte private dell’amico, una serie di lettere conservate dalla sorella dello scrittore. Lajolo conduce il lettore alla scoperta di Pavese proponendo un’attenta analisi delle sue opere, in cui il pensiero dell’autore è chiarificato dalla sua esperienza umana. Leggendo l’opera di Pavese pare quindi che letteratura e vita siano inscindibilmente legate, che una chiami a sé l’altra, come in un dialogo perpetuo. Si comprende così il ruolo del mito nell’opera pavesiana se lo si fa risalire all’infanzia contadina, a quell’universo prelogico e istintuale al quale il poeta deve far ritorno per cogliere l’emozione al suo albore, per poi modellarla e darle forma attraverso la riflessione dell’arte poetica. Allo stesso modo si comprendono le polarità antitetiche attorno alle quali si anima il pensiero dell’autore, (infanzia-maturità, città-campagna, intimismo-impegno politico, tensione amorosa-delusione ai limiti della misoginia, vita-morte), se le si riconduce alla tendenza a ripiegarsi su di sé, con il ritorno alle origini dell’infanzia, in contrapposizione alla necessità di accedere alla vita adulta, a quella “maturità che è tutto”, che chiama l’intellettuale ad impegnarsi politicamente, a diventare un soggetto sociale attivo, e l’uomo a maturare, realizzandosi concretamente nella vita attraverso l’amore e il sesso. La vita, in quanto vitalità, e il femminile eserciteranno da sempre su Pavese una seduzione spasmodica, al punto da richiamare, laddove approderanno ad uno smacco, il loro opposto. Il “vizio assurdo”, la tentazione della morte, accompagnerà Pavese in tutti gli stadi depressivi della sua vita, ma sarà di volta in volta sublimato dalla letteratura, dal lavoro redazionale all’Einaudi, dall’impegno politico, dal sostegno degli amici, fino a diventare espressione poetica:

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi –
Questa morte che ci accompagna
Dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo.

Come sappiamo, il “vizio assurdo” chiamerà a sé Pavese nel 1950, a pochi mesi dalla vittoria del Premio Strega per La bella estate. Il vuoto lasciato attorno a sé dallo scrittore sarà colmato dalle sue opere, che ci incantano come la genuina semplicità delle antiche cantilene, il profumo delle vigne e il bagliore dei falò.

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