Miriam inclina il bracciale e vede l’incisione. A Miriam nel giorno del suo ottantacinquesimo compleanno. E poi la data. Miriam. 
«È un pezzo di artigianato zingaro», dice Thomas. 
«Rom, quindi», precisa Camilla.  [..]
Le lacrime le salgono agli occhi costringendola a battere le palpebre per scacciarle e le parole le balenano nella testa, quelle parole che non può dire, quelle parole che non ha mai detto, non una sola volta da quando è arrivata in Svezia. Io non mi chiamo Miriam. 

Miriam è un’elegante e raffinata signora ottantacinquenne dell’alta borghesia svedese, a cui però basta sentire i latrati del cane lupo dei vicini perché i suoi incubi vengano a galla: dal suo tranquillo giardino nella cittadina di Nässjö, dove nulla di male potrebbe accaderle, i pensieri corrono ad un passato di orrori, paura e privazioni. È l’angoscia di chi ha vissuto sulla propria pelle il dramma dei campi di concentramento, un trauma che lascia segni indelebili sul corpo ma soprattutto nella mente.

Ma l’angoscia di Miriam è legata anche ad un segreto che non ha mai osato svelare a nessuno: il suo nome non è Miriam, ma Malika, e ha origini rom. L’appartenenza ad un popolo che nella civilissima Svezia del dopoguerra era ancora discriminato e perseguitato, quei tattare lasciati ai margini della società e talvolta vittime di spedizioni punitive da parte dei propri concittadini, l’ha costretta a celare la sua identità e a fingersi ebrea. Solo il giorno del suo ottantacinquesimo compleanno ha il coraggio di raccontare la sua storia alla giovane nipote, dando vita ad un racconto intenso e doloroso. Grazie alla storia di Miriam, in cui il presente della narrazione si alterna al passato della sua terribile permanenza nei campi di concentramento e dei suoi primi anni in Svezia dopo la guerra, Majgull Axelsson affronta la drammatica e poco dibattuta persecuzione del popolo rom. La sua protagonista si rende conto ben presto di come i rom siano disprezzati dagli ebrei quando, dopo aver indossato i vestiti di una coetanea ebrea morta e averne assunto l’identità, si trova nel settore ebraico del campo di concentramento di Ravensbrück. Questo senso di esclusione la accompagnerà per tutta la vita, costringendola a non potersi confidare neppure con i propri cari. Miriam sarà inoltre tormentata costantemente dal ricordo del fratellino morto in tragiche circostanze e serberà sempre in sé uno stato d’angoscia latente, che solo un trauma di tale portata può lasciare. Il romanzo della Axelsson, essendo un racconto di finzione e non un resoconto memoriale, ha tuttavia il pregio di saper dire l’indicibile, anche grazie alla focalizzazione interamente mantenuta sulla protagonista. La profonda introspezione psicologica di Io non mi chiamo Miriam ricrea in maniera vivida e sferzante il dramma di chi ha vissuto l’orrore dell’Olocausto e che riporta i segni di uno stress post traumatico, ma anche il dramma di chi, come Miriam, è esclusa fra gli esclusi, e ha visto reciso il legame con le sue radici identitarie. 

«Ho pensato spesso a lei. A Miriam. La persona di cui ho vissuto la vita.»

Questo dice Miriam, ottantacinque anni, alla nipote, consegnandole la sua storia.

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