Volevo restare come ero
ferma come il mondo non è mai fermo,
non a mezza estate ma l’attimo prima
che il primo fiore si formi, l’attimo
che nulla è ancora passato

L’iris selvatico, valso a Louise Glück il Premio Pulitzer per la poesia nel 1993, è una delle raccolte più note e amate della poetessa statunitense, Premio Nobel per la letteratura 2020.
Glück ambienta la sua raccolta in un giardino del Vermont dove, insieme al marito John e al figlio Noah, osserva il ciclo vitale della natura, colta nella sua caducità. Proprio i fiori, esseri fragili ed effimeri, sono rappresentativi del carattere transitorio dell’esistenza e ad essi la poetessa dà voce in una serie di liriche, tutte intitolate con il nome del fiore che prende la parola di volta in volta. Ai monologhi in cui i fiori si appellano all’uomo si alternano delle poesie in cui l’uomo, alla ricerca di risposte ai suoi interrogativi, si rivolge a Dio e altre in cui è Dio a comunicare con l’uomo. In questo continuo interloquire della natura con l’uomo e dell’uomo con Dio, Glück, poetessa non religiosa e non cristiana, mette in versi alcuni fra i tratti costitutivi più profondi dell’essere umano, come l’ansietà generata dalla propria finitezza e la necessità di credere in qualcosa, in un’anima che permetta di sperare nel continuo divenire e rigenerarsi dell’essere. Il carattere universale delle poesie di Glück è enfatizzato anche dall’astrazione con cui vengono narrati gli accadimenti della sua vita personale, che assumono una valenza simbolica, quasi metafisica, rendendola distante da poeti confessionali come Sylvia Plath e Robert Lowell. Nell’appellarsi a Dio si può invece scorgere uno stretto legame con la lezione di Emily Dickinson, solita imbastire con lui un intimo dialogo. Di Dickinson e Whitman, Glück riprende anche lo stile semplice, il lessico d’uso e il verso modellato sul respiro dell’io lirico. Frequenti nelle poesie de L’iris selvatico sono infatti le pause, segnalate da un trattino, che indicano quanto il silenzio, il non detto, sia una cifra stilistica fondamentale nella poetica dell’autrice. 

Come posso aiutarvi quando tutti volete
cose diverse: luce e ombra,
oscurità umida, calore secco – 

Ma statevi a sentire, tutti a competere –  

La lettura de L’iris selvatico, nella traduzione di Massimo Bacigalupo per Il Saggiatore, è quindi un’esperienza immersiva che riporta alle radici dell’Io, quel giardino quanto mai bisognoso di cure sapienti per crescere prospero e rigoglioso.

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