“Era solo un consiglio” ribatté Linus, imbarazzato. “Gli ho detto che non c’è niente di male nel volersi sentire piccolo, ma di ricordare che può diventare grande ogni volta che vuole. Spero di non essere intervenuto a sproposito.” “Non mi pare proprio. Anzi, mi sembra il discorso giusto al momento giusto. Ripeto, sta guarendo. E con la guarigione arriva la fiducia, anche se quella va guadagnata. Io dico che tu sei a buon punto. ” “Lo considererei un onore.”

I protagonisti del nuovo young adult di TJ Klune, intitolato La casa sul mare celeste, sono eroi decisamente anticonvenziali per un racconto fantastico pensato e scritto per ragazzi e adolescenti: Linus Baker, in particolare, il personaggio principale, è un uomo normalissimo – non troppo alto, anonimo, tanto che i colleghi sembrano accorgersi di lui solo quando urta le scrivanie con la sua pancetta prominente – che vive un’esistenza da morire di noia – è un assistente sociale molto ligio al suo dovere che condivide l’appartamento con una gatta anaffettiva e alcuni vecchi vinili – in un mondo che, pur contemplando l’esistenza della magia, assomiglia moltissimo al nostro: i bambini magici (una minoranza) non sono considerati apertamente un pericolo per la comunità, ma ugualmente non sono compiutamente integrati con coloro che sono privi di poteri (la maggioranza), che li guardano spesso con sospetto e si appoggiano agli assistenti sociali del Dipartimento della Magia Minorile per tenerli sotto controllo.

In realtà Linus, impermeabile a certi pregiudizi meschini, ha un altissimo concetto del suo ruolo: il suo compito è di controllare che gli istituti speciali per bambini magici provvedano a tutte le necessità degli ospiti e compilare severissimi dossier sul conto di chi non gli sembra portare adeguatamente a termine il suo dovere.

Mano a mano che si procede nella lettura ci si rende conto che il tondo, impacciato, bonario Linus Baker non avrà, come detto, le caratteristiche di un protagonista da romanzo in senso stretto, ma è per certe altre sue qualità un personaggio ben più affascinante del canonico eroe senza macchia e senza paura: quando, per via della sua puntigliosità sul lavoro (nonché della sua sedentarietà e mancanza di legami), il più alto grado del Ministero lo spedirà a visitare un orfanotrofio segreto, nascosto su di un’isola in mezzo al mare e gestito da un uomo sul quale aleggia un alone di mistero, Linus sarà costretto a uscire dalla propria comfort zone, a superare paure e preconcetti per poter comprendere il modo di vivere di questi ragazzini speciali più speciali di altri (tra cui una gnoma con un preoccupante gusto del macabro, una creatura piena di tentacoli, una viserna con gigantesche ali, per non parlare del più spaventoso di tutti – Lucy, che, stando ai documenti, altri non è che l’Anticristo in persona) e scoprire che molte cose non sono come sembrano o come ci sono state sempre dette, e che giusto e sbagliato sono a volte divisi solamente dal velo sottilissimo ma persistente dell’ignoranza.

Così, nel giro di qualche settimana, ognuno dei bambini smette di essere definito per il suo potere o la sua mutazione genetica e inizia a essere conosciuto con il suo nome e le sue inclinazioni (una menzione particolare va ai commoventi sogni di Chauncey, la creatura gelatinosa e munita di tentacoli che si esercita tutti i giorni per diventare un concierge); e lo stesso accade per il direttore, Arthur Parnassus, e per i suoi metodi, osservando i quali Linus inizierà a mettere in discussione alcune sue consolidate opinioni e atteggiamenti.

La casa sul mare celeste è un libro capace di presentare tematiche complesse come la diversità, l’alienazione, la solitudine e la gestione del trauma con uno sguardo attento e non superficiale; emblematiche, a questo proposito, le lezioni (che assomigliano più a sedute di psicoterapia) di Parnassus a Lucy, durante le quali il bambino, tormentato dai suoi demoni genetici – lui li chiama “i suoi ragni”, pensieri ossessivi di morte e dolore – cerca di scardinare, prima di tutto in se stesso, il concetto di predestinazione, che lo vorrebbe malvagio flagello, apocalisse della razza umana – l’Anticristo, appunto; sotto la guida di Arthur Lucy prova ad accettare, a tenere a bada i pensieri distruttivi, secondo la filosofia per cui non sono i nostri dolori e i nostri attributi e le etichette a definire chi siamo né tantomeno chi saremo, ma quello che scegliamo di fare o non fare tutti i giorni, a dispetto delle difficoltà e delle limitazioni che i traumi che abbiamo subito ci costringono ad affrontare.

Il tema del dolore e dell’alterità – o meglio della percezione dell’alterità – è trattato con grande dolcezza, una dolcezza che diventa vera e propria tenerezza quando si tratta di raccontare l’amore tra i due protagonisti. Il tema è particolarmente caro a Klune, che ha dichiarato di voler dare “una rappresentazione precisa e positiva delle persone queer nelle storie” con la sua penna e che in queste pagine dà vita a due personaggi indimenticabili per il loro commovente realismo e fascino tutto umano.

L’odio fa molto rumore, ma ti accorgerai che è solo perché le persone che gridano sono poche e vogliono disperatamente farsi sentire. Magari non riuscirai a fargli cambiare idea, ma se tieni a mente che non sei solo, vincerai tu.


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