Morti ma senza esagerare
Il libro di Bartolomei è in grado, in cento pagine più o meno, di far vivere la complessità delle emozioni umane, prima fra tutte la commozione.
La storia di per sé è molto semplice: Vera, una ragazza più che trentenne, perde improvvisamente i genitori a causa di un incidente. E qui Bartolomei aggiunge quel tocco di surreale che è il vero motore narrativo: dopo quattro giorni, Vera trova la madre e il padre in carne ed ossa nella loro casa, consci di cosa fosse loro successo, ma lì presenti, vivi, per lei. è stata Vera a chiamarli, a richiamarli in vita, perché ha bisogno di loro. Ed ecco che questa nuova vita è dedicata totalmente alla figlia: Armando e Matilde non mangiano, non bevono, non dormono. Semplicemente fanno solo ciò che la figlia chiede loro. Vera si interroga su questo nuovo modus operandi dei genitori:

Cosa succede ai genitori resuscitati? Smettono di funzionare appena i figli escono e si riattivano solo quando tornano? La risposta mi scuote come un brivido: forse la loro vita è sempre stata questa, anche prima di resuscitare.

Vera si rende conto che dopo l’estasi iniziale, dopo la gioia di riaverli nuovamente con sé, di poterli riabbracciare ancora una volta, arriva la consapevolezza: Armando e Matilde sono tornati a fare ciò che amavano di più in vita. Un’esistenza votata all’altro, a Vera, che potrebbe apparire a tratti asfissiante. Perché vivono solo in funzione della figlia? Non hanno altro di meglio da fare?

Con questo libbricino davvero intenso Bartolomei intreccia il rapporto genitoriale e il rapporto con noi stessi, con noi in qualità di figli che desiderano la propria indipendenza e poi essere coccolati, desiderano essere adulti a tutti i costi anche di fronte a persone che vivono solo in funzione di qualcun altro. Bartolomei ci dice anche che probabilmente non è giusto, è del tutto egoista richiederlo ma ne abbiamo bisogno. Diventare grandi significa anche lasciare andare, per davvero.

Vera ha la possibilità di fare ciò che tutti noi vorremmo: avere più tempo, per capire meglio, per dare abbracci a volte dimenticati, per dire le parole che avremmo sempre voluto dire. E Vera è un personaggio che insegna: l’autore, con una prosa semplice e dissacrante e una struttura narrativa lineare e pulita, crea un personaggio che è tutti noi, ci regala un viaggio dentro un desiderio universale e ci ammonisce: non dobbiamo sprecare il tempo che abbiamo perché noi, al contrario di Vera, non avremo diritto ad una seconda possibilità. Non avremo tempo extra.
E forse è proprio il tempo l’argomento centrale del racconto: futuro, per la paura che Vera ha di non potercela fare da sola; passato, per tutti i ricordi che legano la ragazza ad Armando e Matilde e che riaffiorano, tra una camomilla e una lasagna; presente, per la vita che scorre, ciclo senza fine di nuovo che sostituisce il vecchio.

“Mi avete già dato tutto”.
E solo mentre lo dico mi rendo conto dell’enormità e dell’indissolubilità del mio patrimonio, come una bambina portata sulla cima della collina che guarda per la prima volta ciò che sarà per sempre suo.

Bartolomei crea un mondo possibile delicato e tremendo, di felicità e rimorso.
Il sarcasmo, vero leitmotiv del libro, ci accompagna nel viaggio indimenticabile di una famiglia semplice, così semplice che, a guardarla bene, potrebbe essere quella di ognuno di noi.

Morti ma senza esagerare

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