RICONOSCERSI NELLA POESIA

La scrittura, in particolare quella poetica, più riflessiva e intimistica, è un ottimo strumento per la costruzione di identità. Sia la lettura sia la scrittura implicano un processo di riflessione su se stessi e sul mondo e, se la prima porta spesso ad identificarsi nel pensiero di un autore, con la seconda l’io scrivente, scandagliando la propria interiorità, si trova spesso di fronte a quesiti esistenziali, che grazie alla parola poetica possono assumere valore universale. 

Guardando alla poetica di Pavese, il tema del riconoscersi è costitutivo del suo fare poesia. Per Pavese riconoscersi significa riappropriarsi dei luoghi della propria infanzia, età primigenia in cui si formano gli archetipi fantastici, costitutivi dell’io profondo. Una lettera a Fernanda Pivano è esemplificativa dell’importanza che lo scrittore attribuisce alla campagna langarola nella costruzione della sua mitologia personale, poi trasposta in letteratura:

Davanti al mare della Pineta, basso e notturno, passando in treno [al ritorno da Roma: la pineta sarà quella di Tombolo o della Versilia], hai visto i focherelli lontani e pensato che per quanto questa scena, questa realtà, t’inquieti come un ricordo d’infanzia, essa non è però per te né un ricordo né una costante fantastica, e ti suggestiona per le frivole ragioni letterarie o analogiche ma non contiene, come una vigna o una tua collina, gli stampi della tua conoscenza del mondo. Se ne deduce che moltissimi mondi naturali (mare, landa, bosco, montagna, ecc.) non ti appartengono perché non li hai vissuti a suo tempo, e dovendoli poetare non sapresti muoverti in essi con quella segreta ricchezza di sottintesi, di sensi e di appigli, che dà dignità poetica a un mondo.  

Il ricordo di «una vigna o una tua collina» permette di tornare nell’informe mondo mitico-infantile, per poi  ricrearlo in letteratura grazie alla linearità logico-consequenziale del pensiero adulto e della scrittura. La poesia deve inoltre rifarsi all’universo infantile, pre-simbolico e pre-culturale, per ovviare agli appiattimenti a cui il linguaggio incorre nel registro della pura comunicazione.

Questi temi sono dibattuti anche della raccolta di prose Feria d’agosto, in particolare nella sezione programmatica La vigna: 

Non dunque privilegio di chi fa della poesia è questo tesoro di simboli, che pure a far poesia sono indispensabili, ma bagaglio sovranamente umano, necessario a serbare la coscienza di sé e insomma a vivere. […]

Ciò è tanto vero che di qualunque individuo, anche il più colto e creatore, si può sostenere che i simboli non si radicano tanto nei suoi incontri libreschi o accademici, quanto nelle mitiche e quasi elementari scoperte d’infanzia, nei contatti umilissimi e inconsapevoli con le realtà quotidiane e domestiche che l’hanno accolto al principio: non l’alta poesia ma la fiaba, il litigio, la preghiera, non la grande pittura ma l’almanacco e la stampa, non la scienza ma la superstizione. 

Far poesia implica quindi un grande sforzo conoscitivo, la fatica di fermarsi ad ascoltare il proprio io più profondo, riflettere sul sé, riappropriarsi dei ricordi, custodirli e dar loro forma con la parola.    


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