STORIA PRIVATA E STORIA COLLETTIVA: UNA NARRAZIONE CORALE

Come intrecciare storia privata e storia collettiva, facendo sì che il singolo diventi portavoce di una comunità nella quale è radicato profondamente o dando voce ad un intero gruppo sociale?

Ci sono scrittori che si sono cimentati in questa ardua impresa, cercando di volta in volta la tecnica narrativa più consona per ricreare lo spaccato sociale che intendevano ritrarre e spesso per dare espressione a personali concezioni ideologiche.

Celebre è l’esempio di Verga che, in opere come Vita dei campi, I Malavoglia e Novelle rusticane,  adotta una tecnica narrativa in linea con le esigenze della poetica verista. L’intento di Verga è quello di ricreare in letteratura un mondo il più vicino possibile a quello reale, facendo sì che il lettore non percepisca l’artificio proprio della letteratura. Per far immergere totalmente il lettore nel suo mondo finzionale, l’autore utilizza una voce narrante in grado di eclissarsi dietro ai suoi personaggi,  rendendo impercettibile la propria presenza. Nel ritrarre l’ambiente popolare, il narratore assume il punto di vista dei personaggi, ricalcandone il sistema di valori, il modo di pensare e sentire, i criteri interpretativi e utilizzando il loro stesso modo di esprimersi. Il linguaggio è quindi spoglio e povero, caratterizzato da modi di dire, paragoni, proverbi, imprecazioni, il tutto veicolato da una sintassi elementare e talvolta scorretta, da cui traspare la struttura dialettale. Un notorio esempio di questa  tecnica narrativa è l’incipit di Rosso Malpelo, da cui emerge una visione primitiva e superstiziosa della realtà, che non è certo quella del narratore-autore, ma quella della comunità che si configura come un anonimo coro: «Malpelo si chiamava così perché aveva i capelli rossi; ed aveva i capelli rossi perché era un ragazzo malizioso e cattivo». Se questa affermazione, che fa dipendere un dato fisico da una qualità morale, può sulle prime spiazzare il lettore, gli consentirà poi di immergersi totalmente nel tessuto sociale in cui si muovono i personaggi e di fare diretta esperienza del loro sistema di valori.   

Diverso è il caso di Annie Ernaux che nel romanzo Gli anni, edito in Francia nel 2008 e pubblicato in Italia da L’Orma Editore nel 2015, intreccia storia privata e storia collettiva, tratteggiando uno scenario che diventa cronaca del nostro tempo. Definito dall’autrice stessa “autobiografia impersonale”, Gli anni prende l’avvio nella Francia all’indomani della Liberazione, per poi seguire gli eventi salienti della contemporaneità, come la guerra in Algeria, il maggio francese, l’emancipazione femminile, la caduta del muro di Berlino e l’attentato alle Torri Gemelle. Per creare un senso di partecipazione alla storia collettiva, ad un sentire comune nel quale può identificarsi una generazione, la voce narrante non è qui un Io, ma, in maniera del tutto originale, un “noi”. Un noi che riflette sui cambiamenti vorticosi di una società in cui il consumismo e l’avvento di Internet hanno cambiato profondamente il nostro modo di vivere e di intrecciare legami sociali e che, con un moto ondivago, intreccia continuamente il fluire del presente ai ricordi del passato.

Una narrazione corale, in prima persona plurale, è anche quella che adotta Milena Agus nel suo ultimo romanzo Un tempo gentile, edito da Nottetempo. Qui il coro è quello delle donne di un paesino del Campidanese, nell’entroterra sardo, che agiscono da tramite nell’incontro con l’”altro”, un gruppo di migranti inizialmente guardati con diffidenza, ma poi accolti e integrati nella comunità. Un racconto che fa bene al cuore e che fa sperare in quel “tempo gentile” in cui ci si ferma ad ascoltare e a comprendere l’altro, il tutto sullo sfondo di una Sardegna dai più autentici valori rurali.  

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