Questo avveniva all’inizio, quando ancora pensavano di convincerci a lottare per mandar via gli invasori, prima che decidessero che eravamo una causa persa ed era meglio ignorarci.
E dovevate vedere, invece, com’erano gentili con gli altri, anche con chi gli era stato sempre sullo stomaco, quelli con cui prima si accendevano i battibecchi più aspri, soprattutto nelle discussioni sui ricchi e sui poveri, o sul fatto che noi sardi non ci ribelliamo, che la Sardegna, per la nostra stupidità e invidia reciproca, è sempre nelle mani degli speculatori stranieri, che se un sardo ha un’idea è da buttar via, se l’ultima cretinata arriva da fuori è invece un’idea geniale. Adesso quegli argomenti non erano più fonte di litigio, adesso chi voleva cacciare gli invasori era un amico.

Non è facile trovare le parole per descrivere l’incontro tra due comunità diverse e a loro modo ugualmente disgraziate – da una parte gli abitanti di un paesino in rovina nell’entroterra sardo e dall’altra un gruppo di migranti giunti dall’Africa e costretti ad accamparsi, insieme ai volontari che se ne prendono cura, in un rudere abbandonato -, eppure Milena Agus, nel suo nuovo romanzo Un tempo gentile, edito da Edizioni Nottetempo, le trova e noi con lei troviamo che bastano poche di queste parole per arrivare al cuore della questione, anzi basta che queste parole siano ben scelte, evocative, e soprattutto gentili.

Il tratto più evidentemente interessante del romanzo è la forma in cui si presenta al lettore: la Agus, infatti, si avvale di una tecnica poco sfruttata in letteratura, cioè la narrazione alla prima persona plurale, di cui riesce a sfruttare tutte le potenzialità.
Il Noi narrante dà voce a un gruppo di paesane accomunato da due forti legami identitari, che sono da una parte il loro passato di donne e madri colpevoli di aver lasciato che la noia e l’inerzia soffocassero il proprio spirito di iniziativa, e dall’altra, dopo l’arrivo degli “invasori”, la curiosità nei confronti dei nuovi arrivati, la volontà di entrare in contatto, di capire, di aiutare, tendendo una mano anche a se stesse nel momento in cui decidono di schierarsi, di reagire per una volta all’indolenza che da troppi anni le tiene legate al filo del telefono oltre il quale sperano di trovare i figli, scappati dalla miseria e perenni assenteisti alle cene di Natale; l’incontro con “gli invasori” porterà le donne a chiedere l’assoluzione per il proprio peccato, che è quello di aver smesso di rendere le proprie case e la propria terra un luogo ospitale, in cui è bello tornare; sarà proprio la convivenza forzata con il diverso a permettere loro di riscoprire i benefici di rendersi accoglienti.

L’uso della prima persona plurale disegna i netti contorni della psicologia collettiva del gruppo, restituendo l’immagine composita ma omogenea dei suoi elementi, alleati in quella che diventerà, pagina a pagina, una vera e propria battaglia contro i pregiudizi stantii dei compaesani e al contempo una lotta alla propria e ora dolorosamente percepita tendenza alla fossilizzazione.

A forza di buon senso, il coraggio di rischiare tutto per amore l’avevamo perso e Anna Karenina stava bene dov’era, in un grande romanzo.

Contrapposti al Noi ci sono Loro, gli altri, “gli invasori”: sono etichettati in toto come diversi ed estranei, ma, a differenza della compagine uniforme del Noi narrante, appaiono tutti distinti, singolari, ciascuno dotato di una forte e non trascurabile individualità; a unirli un disgraziato destino, la sofferenza passata e la rabbia presente, la frustrazione di aver fatto indicibili sacrifici per finire arenati qualche braccio di mare più in là di dove si sono imbarcati, senza speranze né prospettive di procedere nel loro viaggio verso l’Europa.

L’incontro tra i due gruppi fa nascere nella voce narrante la consapevolezza di quanto il pregiudizio sia ben povera cosa, permettendo loro di mettere in discussione molta parte del proprio passato e dando ai propri pensieri un tono più autocritico e al contempo più garbato: Era la prima volta che venivamo qui da Lina a ballare, eravamo stati giovani insieme ma neppure noi l’avevamo mai invitata al garage, quando suonavano i complessini. Quelli erano i tempi in cui si odiava chi stava meglio, non come adesso, che si odiano quelli che stanno peggio.

Ed è questa consapevolezza che permette loro di sperimentare l’incontro per quello che è: un’occasione per vivere davvero il tempo che si ha a disposizione, e di goderne, per quanto volatili e mai definitivi, i frutti.

Un tempo gentile

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