Racconta le vicende di un eroe moderno utilizzando gli stilemi del genere epico: un proemio, epiteti, frasi formulari e patronimici.

Ascoltami, o cielo possente, e accogli il mio canto
che con cuore straziato e tremante ti levo.
Questa è la storia del Curvo e dello Stanco
Figliol di Sicilia, che in morte arranca,
e di pioggia e nebbia soffre,
e questo freddo ammanta.

Non più nome risuona perché
maledetto è l’animo suo.
Non più sa amare, 
solo eternamente stringersi le vesti in cammino
nelle buie mattine
e stanco, passo a passo,
varca la soglia, attende il treno
stringe le labbra,
curvo sotto il dolore di una Dea tra le dita,
mai toccata.

Ma bada:
non è l’aurea Dea d’amor e bellezza che il mio canto rimprovera,
ma Afrodite Urania, signora di Morte e di Vita,
che in così tanti rifuggono.
Il Figliol di Sicilia non ha prove
da superare,
non orribili mostri e temibili nemici
ma, cavato il cuor dal petto,
lo allunga alle ombre che con lui attendono:
non visto,
mai ascoltato.

Fu, secoli fa –
testa alta coronata d’ossidiana,
argento agli occhi
e oro nel cuore –
sfortunato.

Lei s’innamorò del suo esser vivo
disperatamente, e, si sa,
non è facile domare amor di Dea.
Lui, uomo,
alto, bello, acceso e bruno,
non sentiva i mugolii strazianti,
le urla ferite dell’amante lontana.
Non guardò mai chi, sola, voleva essere guardata.
Presa da umana ira, Afrodite Urania allungò il braccio
e con affilate unghie oscure
squarciò il petto al figliol maledetto.
Da alto e vivo, si fece curvo e stanco.
Il cuore cadde, l’oro scivolò tra le dita.
Alzato lo sguardo, la vide,
e poi mai più.

Così eternamente punito:
cavato il cuor dal petto,
lo allunga alle ombre che con lui attendono:
non visto,
mai ascoltato,
in morte arranca.

Anna


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