Racconta retrospettivamente il ritrovamento di un cadavere, tenendo a mente le seguenti informazioni:
il luogo del ritrovamento è l’ufficio di un professore universitario;
l’arma del delitto è un turibolo;
il delitto è avvenuto nel tardo pomeriggio;
la vittima è vestita interamente d’arancione.

“Ma cosa pensi si fosse messo in testa?”
“Non so, Aldo, non so. Sai che è sempre stato un tipo pretenzioso. Ambiva al meglio, lui…”
“Certo, pretenzioso. Altro che Fede, perdono, azioni dedicate al prossimo. Ciò che gli interessava davvero era il denaro, la fama…”
“Probabilmente. In ogni caso, penso di non averlo mai conosciuto davvero. Il corpo di quel poveretto, hai visto – era martoriato.”
“L’avrà preso una furia animale, selvaggia. Per uccidere qualcuno, con un oggetto di quelle dimensioni, di colpi ne sarebbero bastati un paio ben assestati.”
“Ma dai… Per un cazzo di concorso universitario?!”
“Erano anni che gareggiava, progetti di scienze alle medie, gare di poesia alle superiori, e quando ti ritrovi a perdere per la prima volta in vita tua, ti senti come se tutto fosse privo di senso.”
“Immagino. Che razza di vita. Chissà cosa avrà pensato, il povero prete della chiesa qui vicino. Confessarsi prima, e poi rubare un sacro oggetto per compiere un delitto. Oltretutto il ragazzo era un fedele praticante.”
“Perché, pensi che il prete l’avesse preso sul serio quando gli aveva detto di voler ammazzare qualcuno?”
“Di sicuro la sconfitta era per lui un fatto serissimo. Non spacchi la testa a un uomo solo perché non ti ha scelto per uno stupido premio.”
“Avranno litigato, certo. Pensava di avere la vittoria in pugno, sai com’è. Bisogna anche tener conto di chi fosse quel qualcuno…”
“Un rettore universitario serio, responsabile, forse severo. Di sicuro non gli avrà dato vita facile, in questi anni.”
“Serio non direi: hai visto come diamine s’era vestito per il concorso? Va bene l’essere a tema, ma tutto quell’arancione…”
“In ogni caso, era rabbia maturata da un po’, un bel po’. Avrà ricevuto anche diversi riconoscimenti, ma di sicuro, da lui, il ragazzo non s’era mai sentito apprezzato.”
“Hai ragione, scoppiano così i raptus. Improvvisi, folli sfoghi, dopo tanta frustrazione. Altrimenti non avrebbe infierito sul corpo.”
“Infatti l’abbiamo ritrovato in stato di shock, nella stessa stanza dell’omicidio. Non aveva neanche il coraggio di guardare il corpo. Da allora penso non abbia detto una parola per almeno, una, fai due, settimane.”
“Credi riavrà mai la sua vita? Magari patteggiando uscirà presto.”
“Non so. Più che la sua vita, penso abbia perso una grande parte di sé. Forse lui la definirebbe anima.

Scusa.
Mi hai portato tu a questo.
Mi perdoni?
Non lo farai mai.
Nemmeno io ti perdonerò mai.
Avevi sempre con quell’aria di rimprovero.
Anche se a volte mi hai dato modo di sentirmi importante, soprattutto in quell’ambiente.
Mi hai premiato tante volte, in quell’università.
E quante altre mi hai fatto sentire un incapace?
Riuscivi a farti amare da tutti.
Nonostante quel tuo carattere di merda e tutte le ore passate in ufficio.
A volte mi hai aiutato.
Ma sei un egoista, in fondo pensavi sempre alla tua persona,
il grande dottore.
Ho fatto un male che nessuno avrebbe mai meritato.
Quella rabbia me l’hai provocata tu.
Quel sangue era orribile.
In quel cranio ho sfogato tutto ciò che mi avevi fatto.
Mi hai fatto tradire la Fede, che era tutto ciò che avevo.
Ma nemmeno io ci credevo davvero.
Ti voglio bene.
Ma ti odio.
Ma cosa mi è saltato in mente, papà?

“Signor Brown, venga, dobbiamo riportarla in cella.”

Samantha Zanelotto


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