Racconta retrospettivamente il ritrovamento di un cadavere, tenendo a mente le seguenti informazioni:
il luogo del ritrovamento è l’ufficio di un professore universitario;
l’arma del delitto è un turibolo;
il delitto è avvenuto nel tardo pomeriggio;
la vittima è vestita interamente d’arancione.

“Per fortuna Papa Francesco sta cominciando a pensare anche a noi serve di Cristo, a cui, comunque, fanno fare le sguattere.
Mai visto, non dico un vescovo o un cardinale, ma nemmeno un parroco di periferia fare le pulizie in canonica. Le pulizie?! Nemmeno farsi un caffè!”

Così ragionava, fra sé e sé, suor Maria Bambina della Divina Provvidenza mentre passava lo Swiffer sugli scaffali dell’antica libreria in noce nello studio di padre Alfonso.
Riportare lo studio alle condizioni di pulizia e ordine precedenti a tutto quello che era successo era stato veramente un lavoraccio.
Togliere il sangue dal pavimento e dalla scrivania- e fosse stato solo sangue!, anche frammenti di ossa e brandelli di cervello – era stata una fatica e suor Maria Bambina aveva dovuto invocare San Cipriano per darle tutta la santa pazienza a sua disposizione per permetterle di portare a termine il compito affidatole.
E, oltre al sangue, che disastro! I carabinieri, i magistrati, gli agenti del RIS, preti, pretini, prelati e tutto il gran circo che entra in scena quando c’è un delitto avevano lasciato un vero caos.
Suor Maria Bambina aveva impiegato tre giorni a pulire e riordinare tutto. Chi fosse entrato adesso nello studio di padre Alfonso non avrebbe mai pensato alla scena di un delitto.

Eppure, solo una settimana prima, proprio padre Alfonso, entrando la mattina, alle otto precise come ogni giorno da oltre vent’anni, nel suo studio di professore emerito di Storia Comparata delle Religioni all’Università Pontificia Salesiana, aveva fatto un’orribile scoperta.
Sulla scrivania di mogano, sopra la preziosa Bibbia donatagli personalmente da Papa Wojtyla, tra un crocefisso di bronzo del 1600 e il portapenne in cuoio di Firenze, stava riverso, in maniera scomposta, come un burattino a cui avessero tagliato i fili, la spoglia mortale di Liuquan Sanagandari, santo monaco buddista arrivato a Roma da pochi giorni per partecipare alla conferenza interreligiosa indetta da Papa Francesco.
E, cosa ancora più orribile a vedersi, a terra c’era un turibolo – sembrava proprio quello della cappella di Santa Marta, al piano di sotto – sporco di sangue raggrumato.
Padre Alfonso aveva avuto un forte capogiro e si era appoggiato al muro, lasciando cadere la sua cartella a terra. Non si ricordava di aver urlato, eppure doveva averlo fatto, perché subito era accorsa suor Maria Bambina, ancora con il vassoio del caffè fra le mani, e subito dopo padre Antonio, il meticoloso segretario che lo aiutava nella correzione delle tesi.

Suor Maria Bambina, suora ma pur sempre donna, con lo spirito pratico che contraddistingue il genere femminile, aveva, dopo aver represso un gemito di orrore, riportato il vassoio in cucina, accompagnato e fatto sedere padre Alfonso in un altro studio e ordinato a padre Antonio di chiamare subito il rettore e i carabinieri.
Si era anche raccomandata di non toccare nulla: infatti era un’accanita lettrice di gialli e thriller. Non era proprio sicura che non fosse peccato trarre tanto godimento dalla lettura di sparatorie, strangolamenti e ammazzamenti vari ma… tant’è, lo raccontava sempre al padre confessore e ogni volta ne riceveva l’assoluzione.

Al padre confessore, però, la suora non avrebbe mai e poi mai rivelato che trovarsi nel bel mezzo di un delitto in sangue e ossa, dopo tante letture, era stato davvero emozionante.
E altrettanto emozionante era stato dare il suo contributo, che si era rivelato risolutivo, alle indagini.

Del resto, come non aiutare quel tenente dei carabinieri così giovane e così carino, così gentile e garbato.
Se tanti anni prima avesse incontrato un ragazzo così, chissà se avrebbe risposto con tanta sollecitudine alla chiamata del nostro Signore…!

Elena Cristina Grassi


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