Racconta retrospettivamente il ritrovamento di un cadavere, tenendo a mente le seguenti informazioni:
il luogo del ritrovamento è l’ufficio di un professore universitario;
l’arma del delitto è un turibolo;
il delitto è avvenuto nel tardo pomeriggio;
la vittima è vestita interamente d’arancione.

Severi aveva l’ennesima sigaretta in bocca, l’aria era piena di fumo e umidità. Lo studio del professor Salomon puzzava di sangue e ferro, di umido, di vecchi libri, di muffa e  di quell’odore dolciastro di morte e putrefazione, sottolineato da quelle fastidiose mosce che rompevano i coglioni quande t’appiccicano la córpa . 
Faceva un caldo assurdo e Severi aprì la finestra per cambiare aria e respirare una boccata d’ossigeno.
Firenze nel tardo pomeriggio è magica e si riempie di quella luce che la fa apparire in tutto il suo splendore. “Firenze l’è piccina e vista da i’ Piazzale la pare una bambina…” canticchiò.

Aveva voluto tornare in quello studio solo perché erano notti che non riusciva a dormire. Il caso era ormai risolto. Quel povero monaco buddista era stato trucidato a colpi di turibolo dal segretario del Cardinal Dominici. Se solo le pareti di quello studio avessero potuto parlare avrebbero narrato storie atroci di sedute sataniche, di violenze, di soprusi e segreti inconfessabili. Lì si ritrovava la Firenze bene ed insospettabile. Banchieri, medici, docenti universitari, professionisti, nobili decaduti e arricchiti bavosi, politici corrotti. Tutti massoni. Fra loro un patto di sangue che impediva a chiunque di parlare. 

Quel giovane monaco, avvolto nel suo manto arancione, era andato a ficcare il naso dove non doveva. Si era messo ad indagare da solo e aveva pestato i piedi a pezzi grossi. Eccerto…. bucaioli… Il pidocchio non ha faccia, e però sta saldo”.
Il suo unico errore: aver incontrato il giovane Lorenzo. Un ragazzino di strada, che per fame e soldi era stato adescato da questi zozzoni e nel giro di poco sottoposto a soprusi, violenze e torture che a dirle barbare si faceva un torto alla parola.
Sanshine il monaco aveva raccolto il giovane Lorenzo una sera, tornando verso la Certosa de Il Galluzzo sul Monte Acuto, o “Monte Santo”, un colle di forma conica situato nelle vicinanze dell’abitato del Galluzzo, paese a sud di Firenze, dove lui e i suoi confratelli erano ospitati in quei giorni di ritiro spirituale. Era appena sceso dal pullman e camminava a piedi lungo la strada che da Firenze portava ad Impruneta, camminando lungo il muretto di sassi recitando le sue preghiere e sgranando la sua corona Mala .
I fari di una macchina nel senso opposto illuminarono a destra del sentiero e lì, dietro il muretto, notò qualcosa che non capiva di preciso se fosse solo un ammasso di cenci abbandonati, un animale o cosa. Furono i lamenti a fargli accelerare il passo. 
Portò una mano alla bocca per non urlare. Ai suoi piedi un ragazzo. Almeno così pensò. Era tumefatto, il volto gonfio, gli occhi talmente pesti da non poterli aprire. Aveva bruciature di sigaretta ovunque, su braccia e mani, e gli era stata tagliata un’orecchia. La maglietta strappata era pregna di sangue raggrumato. Cosa mai poteva aver commesso questa povera anima per essere ridotto così?
Si fece forza e sollevò il ragazzo per le braccia e urlando fermò la prima auto che passava e si fece accompagnare alla Certosa.

Per giorni Sanshine vegliò il piccolo Lorenzo. I medici venivano ogni mattina. Durante i deliri il ragazzo raccontava cose inenarrabili e Sanshine registrava ogni cosa sul suo piccolo raccoglitore dalla copertina di cuoio. Appena Lorenzo si riprese, raccontò ogni cosa. Era un fiume in piena. Negli occhi il terrore di chi ha visto la morte in faccia.

Il giovane monaco, però, fece l’errore di mettersi ad indagare dassolo

Perché cazzo non è valuto da me”, pensava Severi mentre fumava la seconda sigaretta nello studio del professor Salomon. Pensano tutti di fare dassoli e non fanno che complicare le cose. Hai visto, povero fesso. Ora hai fatto una fine di minchia. Lorenzo è sparito e a me sti stronzi di merda vogliono darla a bere che tutto sto casino l’ha combinato quel povero cretino e buco del segretario del cardinale. Troppo facile. Non ci vedo chiaro. Non finisce mica qui. Se pensano che molli il colpo si sbagliano di grosso. Con chi credono di avere a che fare? Non sono mica stato ripreso dalla piena.

Mise la mano in tasca in cerca del pacchetto stropicciato delle sue Nazionali senza filtro, e stranamente le sue dita raccolsero un piccolo oggetto metallico. Lo tirò fuori lentamente con la flemma di chi non capisce che cavolo ci fa quella cosa in tasca.
La sollevò davanti agli occhi per vederla attraverso la luce dei lampioni che dalla strada ormai illuminavano la stanza.
Un antico fiorino.
Ecco la chiave.
Ora sapeva esattamente da dove iniziare a scavare. 

Tutto chiaro, Sanshine…. Ora so in du l’è Lorenzo. Devo solo recuperare il tuo quadernetto di appunti, ricordarmi… maremma bucaiola dove ho messo la mia Cinquecento e farmi una spuma bionda, per togliermi di bocca questa arsura e mandar giù la rabbia di chi ha appena scoperto di essere stato preso pe’ i culo.
Bastardi, giurò, fosse l’ultima cosa che faccio prima di andare in pensione vi stano tutti.

Il commissario Severi chiuse la porta dello studio e accendendosi l’ennesima sigaretta con quella che stava spegnendo scese le scale buie di palazzo Strozzi con la consapevolezza di chi stava solo per iniziare la battaglia. Ora però aveva tutto chiaro. Doveva solo stare attento a non sbagliare nessuna mossa. Si stava muovendo in un terreno minato e sapeva di non poter chiedere aiuto a nessuno. Doveva districarsi da solo in questo vespaio senza farsi pungere a morte da bestie velenose.

Fuori era ormai scesa la sera e le vie di Firenze sapevano di pappa al pomodoro, ribollita e peposo.

Tirò su il bavero dell’impermeabile, vuncio e stropicciato, con un ghigno in viso, il fiorino che roteava fra le dita, e si allontanò da piazza Strozzi verso Santa Maria Novella declamando fra una nuvola di fumo e l’altra un pezzo dall’Inferno di Dante: 

Godi, Fiorenza, poi che se’ sí grande,
che per mare e per terra batti l’ali,
e per lo ‘nferno tuo nome si spande!
Tra li ladron trovai cinque cotali
tuoi cittadini onde mi ven vergogna,
e tu in grande orranza non ne sali.


Malù Lattanzi


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