Racconta retrospettivamente il ritrovamento di un cadavere, tenendo a mente le seguenti informazioni:
il luogo del ritrovamento è l’ufficio di un professore universitario;
l’arma del delitto è un turibolo;
il delitto è avvenuto nel tardo pomeriggio;
la vittima è vestita interamente d’arancione.

Il nodo dei pensieri andava a districarsi lentamente, mentre il ragazzo in manette – sedici anni ieri – passava tra la folla di compagni, davanti all’istituto di ragioneria, scortato da due agenti in borghese.

Attraversai la trafficata strada della periferia milanese, stando attenta a schivare le pozzanghere che colmavano le buche nell’asfalto, con le mie decolleté nuove.
Puntai dritta al primo piano della vecchia scuola, nell’ufficio del professor Mauri.

La scena del crimine era ormai un luogo familiare e stranamente accogliente. I mobili, di rovere scuro, erano ricoperti da un leggero strato di polvere che al passaggio si liberava nell’aria stantìa, illuminato dagli ultimi deboli raggi di sole, prima di ritornare a depositarsi lì, dove era in principio, sfavillando per qualche attimo.
Tutto il resto era immobile.

Nella penombra di quel tardo pomeriggio uggioso, il tappeto persiano sembrava essersi arricchito di nuovi decori color sangue rappreso, e l’odore di ferro, come ogni volta, mi riempì i polmoni in un solo istante.
Mi sedetti sulla vecchia poltrona in stile Chesterfield. Il mio ex convivente ne aveva una uguale, in quella che fu la nostra casa in Brianza. Accarezzai la pelle morbida dei braccioli rivivendo per un attimo nel mio passato.

Mi guardai attorno e ripensai agli ultimi momenti di vita della vittima: il vecchio professore era seduto a terra con le gambe incrociate come un moderno Buddha, le braccia tese nell’atto di creare atmosfera ondeggiando piano il pesante turibolo dorato.
Era tutto così chiaro nella mia testa, così vivido, ormai, che potevo sentire il profumo dell’incenso che iniziava a saturare la stanza, vedere le tende tirate per filtrare gli ultimi raggi di sole che avrebbero altrimenti illuminato i segni della stanchezza sul suo volto, deconcentrandolo dalla meditazione.
Lo vidi appoggiare il turibolo e iniziare a indagare nelle profondità più remote del suo inconscio sussurrando lieve l‘omm appreso dai monaci buddisti nel viaggio in Ladakh.
E fu proprio allora che il giovane Andrea uscì dal suo nascondiglio.
Aveva atteso quel momento da settimane, studiando tutte le abitudini e gli orari di quel professore così zelante, che voleva insegnargli addirittura la vita, raddrizzarlo, e si era premesso di riprenderlo davanti alla classe, umiliandolo.
Si era appostato e aveva atteso, come il cacciatore attende il momento giusto per catturare la preda più ambita.
Ma ad Andrea non interessava catturare, lui bramava la morte. Lo eccitava.
Il professore a malapena si accorse degli ultimi passi, ormai troppo vicini per fuggire, troppo vicini perfino per gridare. Troppo vicini per salvarsi.
Il pesante oggetto da cerimonia, acquistato probabilmente in un mercatino di paese, roteò ancora, spargendo la cenere sull’orribile maglione arancione a coste della vittima e terminando la corsa contro il suo volto inorridito.
Potevo sentire il rumore della carne lacerarsi e delle ossa che andavano in frantumi. Un rumore sordo e umido e spaventoso.
Lo vidi cadere e perdere conoscenza mentre il suo aggressore, quell’alunno taciturno, tutto pelle e ossa, continuò a colpire. E lo fece ancora e ancora, fino a sfigurarlo completamente, mentre sentiva ad ogni colpo il membro rigonfiarsi nei pantaloni.
La scientifica ha contato ottantatré colpi. Ottantatré.

Vidi quel miscuglio di sangue e carne e cervello che un tempo era una testa come fosse sciolto sul tappeto e un brivido mi percorse la schiena.

Quando sentì il calore colargli per le gambe, il giovane studente capì di poter smettere. Ripose con calma il turibolo, e uscì dalla stanza, senza mai proferir parola.
Era così che quel ragazzo si liberava la vita da quelle figure religiose o pseudo religiose, dai nuovi guru e maestri di vita improvvisati che incrociava sul suo cammino.
Come quel prete che, quando era bambino, entrava ogni sera nella sua casa, e lo obbligava a spogliarsi e bruciarsi con un accendino arroventato sul corpo, per pulirsi, gli diceva, dai peccati, per diventare un bambino buono e devoto, per allontanare satana e che, poi, si infilava nel letto di sua madre, che accettava tutto, completamente sottomessa.
Lo stesso che, dopo averlo punito per pulire il suo spirito, quando sua madre non era in casa, si infilava anche nel suo, di letto, e pensava al suo corpo, e che poi gli dava l’assoluzione con il segno della croce mimato a mezz’aria.

Il professor Mauri era la sua quarta vittima.

Alzai lo sguardo e mi ritrovai riflessa nella vetrina, accanto allo scaffale con i numerosi libri motivazionali e sulla crescita del proprio sé: ero una donna minuta, sulla quarantina, separata e senza figli, che si era data anima e corpo al lavoro. Ripensai alla mia infanzia, ai miei genitori ormai anziani, alla loro dolcezza, e mi domandai se fossi me stessa solo grazie a me o se fossi stata semplicemente fortunata.

Mi chiesi ancora se chiunque fosse cresciuto con tali traumi potesse diventare Andrea, anche io.

Mi strinsi nelle spalle e attraversai lo studio sul mio tacco otto.
Quella sera avrei portato dei dolci a mia madre.

Barbara Sharon Smorta 


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