Racconta retrospettivamente il ritrovamento di un cadavere, tenendo a mente le seguenti informazioni:
il luogo del ritrovamento è l’ufficio di un professore universitario;
l’arma del delitto è un turibolo;
il delitto è avvenuto nel tardo pomeriggio;
la vittima è vestita interamente d’arancione.

Una berlina nera si fermò nella stazione di servizio deserta che sorgeva accanto alla strada, altrettanto deserta. Il sole disegnava ombre nette sul rettangolo di cemento su cui sorgevano un minuscolo benzinaio e una di quelle squallide tavole calde americane delle praterie.
Ne scese un anonimo ometto che portava con la stessa sciatta noncuranza la sua calvizie incipiente e una camicia bianca macchiata di sudore intorno al collo.
Si mise le chiavi dell’auto nella tasca e si diresse verso la porta a vetri della stazione di servizio.

Accanto alla porta uno sgargiante poster arancione prometteva un menù hamburger + hot dog a prezzo scontato.
L’uomo ebbe un sussulto alla vista di quel colore.
Davanti ai suoi occhi si delineò la figura allegra e caracollante del suo collega, anzi ex e defunto collega, ormai, come al solito vestito con una delle possibili sfumature di arancione: pantaloni arancioni, magliette arancioni, felpe arancioni. Come se il grembiule da inserviente delle pulizie che portava sopra, per quanto d’inserviente di una delle università più prestigiose di New York, non fosse già abbastanza tremendo.
In tutto quell’arancione, persino la sua pelle, sempre tesa in un sorriso vacuo, sembrava tendere all’arancione.
Un buon motivo per ucciderlo anche solo questo, anche se non avesse cercato di rubargli il suo posto nelle grazie dell’emerito professore, lucidandogli lo scranno e portandogli il caffè caldo ogni mattina. Sembrava che lo facesse apposta per irritarlo, fingendo di non accorgersene, facendo di tutto per brillare agli occhi del professore e dell’intera università. Lui e la sua aura arancione: di certo lo faceva apposta, per farsi notare!

L’uomo ordinò un hot dog, rifiutandosi di seguire i consigli della pubblicità che annunciava il suo messaggio in un colore così poco invitante.

Se lo sentiva in gola, quell’arancione, mentre addentava il wurstel pieno di salsa.

“Se Dio vuole”, diceva sempre l’ex defunto collega quando, vincendo la ripugnanza e l’insofferenza, lo salutava con un “Arrivederci” a fine giornata.

Era sembrato così giusto e così insospettabile ucciderlo con un turibolo, simbolo ecclesiastico, immaginando quel Se Dio vuole rieccheggiare nell’ufficio del professore. Era un messaggio forte e chiaro (un po’ sadico, lo ammetteva), per sottolineare che, quella volta, Dio non aveva voluto.
Un po’ gli dispiaceva immaginare il pavimento intorno allo scranno del professore sporcato del sangue di quel vile individuo (sangue rosso, stranamente, e non arancione come quasi avrebbe creduto), ma non poteva fare altrimenti, dato che il suo nemico vi passava la maggior parte delle sue giornate di lavoro, trascurando tutto il resto.

L’uomo inghiottì l’ultimo boccone del suo pranzo, ricacciando via l’immagine del cadavere e la sua nauseante aura arancione, che si era nuovamente insinuata nella sua testa alla vista dei residui di salsa maionese e ketchup mescolate insieme sul tovagliolo.

A separarlo dalla città e dalla sua vita precedente erano cinquecento chilometri, una domanda di trasferimento per andare a lavorare in uno sconosciuto distretto universitario per “stare più vicino alla mamma malata”, una distesa di campi verdi (verdi! verdi! Che colore rilassante, il verde!) e la perplessità della polizia che aveva condotto le indagini.
Perché proprio un turibolo? Perché l’uomo vestiva di arancione? Forse di trattava di una setta religiosa, di un delitto perpetrato da fanatici, avevano pensato.
Caso archiviato.

L’uomo risalì i n macchina.

“Arriverò a destinazione entro sera” pensò.
“Se Dio vuole”, e rise tra sé e sé.

Chiara Carbone


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