Racconta retrospettivamente il ritrovamento di un cadavere, tenendo a mente le seguenti informazioni:
il luogo del ritrovamento è l’ufficio di un professore universitario;
l’arma del delitto è un turibolo;
il delitto è avvenuto nel tardo pomeriggio;
la vittima è vestita interamente d’arancione.

Si lasciò cadere sul letto, stanca della giornata appena trascorsa, incredula della conclusione a cui era giunta. Ancora sembrava irreale.

Riviveva il momento in cui era entrata nello studio del professor Nippo, al quarto piano del vecchio edificio universitario in centro città.
Pioveva, era salita nello studio per parlare con il professore di alcuni documenti appena entrati in suo possesso. Aveva bisogno della sua consulenza.
Le avevano detto che il professore era a lezione e sarebbe arrivato nel giro di pochi minuti, un quarto d’ora al massimo. La invitarono ad aspettarlo nel suo studio. Scelse le scale per raggiungere il piano dello studio di Nippo. Ad ogni gradino lasciava un’impronta di pioggia che si riduceva al gradino successivo.

Arrivò al quarto piano con le suole ormai asciutte. Lo studio si trovava dietro la quinta porta sulla destra. Mentre si avvicinava alla porta, non poté fare a meno di leggere le targhe appese a ogni porta prima di quella del professor Nippo. Era una serie di porte verde scuro, con targhe nere incise con caratteri blu. Tutte chiuse, tranne una. Arrivata davanti alla porta del professor Nippo, la trovò appena socchiusa. Pochi centimetri. Da quello spiraglio usciva un raggio di luce dallo strano colore grigio, come grigio era il cielo là fuori.
Le avevano detto che poteva aspettare il professor Nippo nel suo studio, quindi, pur con una inconscia lieve esitazione nel cuore, appoggiò una mano sulla porta, e aprendo il palmo, la spinse.

Si bloccò sulla soglia. Aveva ancora adesso vivida, nella mente e negli occhi, la figura di una donna, il corpo steso a terra col volto verso il pavimento. Ricordava il senso di non appartenenza a quel luogo di quella donna, per il forte contrasto tra i capelli biondo oro che le coprivano completamente il volto, la tuta di un arancio acceso che vestiva il corpo come un guanto. Quei colori così luminosi nulla avevano a che fare con l’atmosfera grigia del temporale che imperversava là fuori dalla finestra, il cielo grigio, l’aria grigia. Nella stanza quel corpo brillava tra il mobilio scuro, la scrivania grigia, la sedia nera e la libreria piena di libri dalle copertine stranamente monocromatiche.

Tutto era in ordine, tutto era grigio, scuro e cupo, ma il corpo di quella donna brillava di arancio e oro.

Si era avvicinata pensando di doverla soccorrere, pensando avesse avuto un malore. Si era chinata al suo fianco ma nel toccarla per capire di che cosa potesse aver bisogno, aveva realizzato che quel raggio di sole in quell’atmosfera grigia non respirava.
E ancora di più le pesò il contrasto di colori.
E ancora di più il cielo e la stanza divennero grigie.

Sembrava morta strangolata; a fianco della donna, la presunta, almeno in quel momento, arma del delitto: un turibolo.

Aveva scoperto poi che il suo assassino aveva usato quell’oggetto per aiutarsi a soffocarla dopo averla aggredita alle spalle.
Lei, impreparata e ignara dell’aggressione che stava per subire, sembrava non aver fatto nulla per difendersi, come se il tutto fosse stato parte di un gioco che lei si aspettava, ma che si era poi concluso in un modo inaspettato, almeno per lei, perché quelle dell’aggressore erano quelle fin dall’inizio.

Aveva quindi chiuso la porta e, preso il suo cellulare, aveva chiamato i suoi colleghi, per far partire l’indagine che avrebbe poi condannato Sergio, un’ex collega di Nippo.

Troppo spesso si trovava stanca e svuotata al termine di un’indagine nello scoprire quanto possa essere terribile l’animo umano quando trasportato dal solo desiderio di ricchezza e possesso di stupidi desideri materiali. Troppo spesso il suo lavoro la portava a vedere ciò che di crudele e disumano c’è in quella che consideriamo e insistiamo a chiamare umanità. Troppo spesso sentiva l’anima imprigionata nel suo petto, nel suo cuore che urlava e chiedeva di uscire, di poter vedere e vivere in un mondo migliore dove l’odio non esiste.

E ancora troppo spesso placava questo dolore, si preparava alla prossima battaglia, nella speranza di riuscire a suo modo a contribuire a eliminare o almeno a contenere e ridurre coloro che di odio e di violenza riempiono il mondo.

Fiorenza Merati


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