Il tema è libero; bada a raccontare la tua vicenda in prima persona e a inserire un “parto”.

La guardai ancora una volta, con la coda dell’occhio.
Rideva di gusto, la maledetta.
«Non ha una pena al mondo», pensai.
Sapevo, però, che non era vero.

«Ehi», «Ehi», solito saluto, monotono. Mi misi a bere e a scherzare con gli altri ma i miei occhi tornarono sempre a lei. Stupido, ridicolo, banale amore non corrisposto, nient’altro. In fondo, mi dissi, ero umano anch’io, non potevo piacere a tutti. Bam! Ahi, che male! Da vero idiota avevo tirato un pugno nel muro. Mi faceva rabbia. Potevo io non piacere, a lei, poi? Non sapevo forse che mi veniva dietro la metà delle ragazze di Analisi della comunicazione non verbale? Credevo di saperlo, almeno. Non ero stato cinque volte vincitore regionale di nuoto? Non avevo una media alta nonostante fossi un animale da discoteca? Non ero praticamente perfetto? Come dire di no?

Eppure lei l’aveva fatto.
Doveva essere una delle tante, doveva starci.
E invece: «Ehi, togli questa mano!».
Ghiacciato, di botto, neanche il tempo di attaccare col solito, che lei: «Ti conosco, so come agisci. Non mi interessi e non sono lusingata». Poi, con un’ultima occhiata, quasi di disgusto: «Aria», mi disse, agitando la mano.

Credo di non essere mai arrivato tanto vicino al voler colpire una donna.
E così, da allora, la tengo d’occhio. Come un predatore ferito da una preda inaspettatamente combattiva, mi sento stordito, confuso. Non posso accettare lo smacco. Ecco, ecco. Ma quale amore è questo? Soltanto orgoglio.
E con in testa questa fugace ritrovata serenità, mi avviavo pigro verso il dipartimento, con meno voglia di seguire le lezioni di quanta ne abbia mai avuta.

Quand’ecco che accadde.
Frugando nella tasca in cerca della mia preziosa penna (volevo appuntarmi in agenda il titolo di quel romanzo di cui mi aveva parlato Fabio) sento nella fodera un pezzo di carta, un bigliettino ripiegato con tanta accuratezza che quasi mi graffio un dito con lo spigolo appuntito. Forse è un biglietto del metrò che ho piegato stamattina, ma ha una consistenza un più morbida. Quando me lo ritrovo tra le dita, mi sento un po’ emozionato. C’è scritto qualcosa: «Scusa, sono stata una stronza, lo so, non volevo essere così antipatica, ma mi hai guardata in modo talmente irritante, talmente sicuro di te, che mi è venuto spontaneo volerti ferire. Perdonami».
Non ci potevo credere! Mi aveva scritto!
Il mio ego cominciava a riprendersi. Lo sapevo che non era una ragazza così superficiale come ostentava, lo sapevo che non poteva rimanere insensibile al mio fascino!
Però adesso mi sentivo un po’ disorientato.
Adesso che aveva aperto uno spiraglio, forse la prossima volta avrei potuto approfondire la conoscenza, invitarla ad uscire, usare le mie armi consuete, la disinvoltura, la simpatia, il mio sorriso sfrontato e malizioso. Parto subito immaginando che sarà la prossima volta che l’incontrerò.
Ho questa fama di stronzo che da un lato mi affascina e aumenta la mia autostima, dall’altro mi ingabbia in un ruolo, in un personaggio che, a seconda dei giorni e dell’umore, mi sta stretto e mi limita, quando invece a volte vorrei essere empatico e affabile.
La mia volontà di pormi diversamente si fa da sempre più forte quando l’alcool mi inebria o quando sento i muscoli rilassati per la stanchezza.
Mi propongo, prima di vederla l’indomani, di bere e di sfondarmi di esercizi in palestra.
Davvero penso questo?
Io che per ottenere qualcosa non ho mai dovuto faticare o spremere troppo le mie meningi…

No, preferisco dormire.
Oggi dormo.
Domani… vedrò.


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