Il tema è libero; bada a raccontare la tua vicenda in prima persona e a inserire un “parto”.

Ho iniziato a camminare, per fortuna sono partita.
L’ho fatto sotto un cielo stellato, bello da togliere il fiato.
Ero con il naso all’insù e tanta energia nelle gambe.
Ho camminato per mezz’ora e ho incontrato un po’ di gente.
Un anziano, a cui ho dato la mano per un pezzo di strada, mi ha raccontato della sua infanzia. Un classico degli anziani, insomma.
Le nostre strade si sono divise e io ho continuato a camminare. Ero sola con la mia testa ed è stato più strano del solito. Forse è l’ambiente, o forse perché camminavo, ma i pensieri si formavano concreti attorno a me. Era un pensare molto intenso e forse questo mi ha dato un po’ forza.
Ho proseguito per un’altra ora e mi sono trovata a camminare con un cane randagio. Lui non ha parlato, eppure era come se lo capissi al volo. Mi ha fatto pensare che il silenzio, molto spesso, è pieno di significati.
Le nostre strade si sono divise ad un certo punto, non me ne sono quasi resa conto. È successo molto silenziosamente.
Ho continuato a camminare e sono rimasta sola con me stessa, di nuovo. Ho scoperto il mio volto in lacrime e un dolore al petto che non riuscivo a mandar via, ma non mi sono fermata.
Ho incontrato una ragazza che non mi ha chiesto perché piangessi, non le avrei saputo rispondere, mi ha voluto tenere la mano per un tratto di strada. Questo non mi ha fatto sentire sola e mi ha dato forza. Poi, ancora una volta, le nostre strade si sono divise.
Ho camminato sotto il cielo stellato davvero a lungo, sono riuscita a vedere le stelle cadere ma non ho espresso desideri, mi sembrava inutile. Alle cinque e trenta, l’alba si fa spazio fra i monti, un po’ timidamente. Tinge tutto di rosa, pure me, e sveglia la città.
Ho continuato a camminare con meno forza, ma con l’obiettivo sempre lì davanti.

La notte non dovrebbe portare consiglio?
Eppure, nonostante tutto quel camminare, le stelle, il silenzio, gli incontri inaspettati, nella mia testa risuona la stessa domanda.
Parto?
Sarebbe bello… ma per me non esiste un posto dove scappare, non esiste possibilità di cambiare.
Un nuovo giorno è arrivato, riposerò le gambe qualche minuto ancora e poi riprenderò la mia strada.
Non so chi incontrerò lungo il cammino, perché mi hanno dipinto come una scura figura, che bussa alla porta in cerca degli uomini che ha sulla sua lista.
Sono solo una messaggera, ora accolta con sollievo, ora respinta con disperazione.
Quante suppliche ho dovuto ascoltare ogni volta: «Mia moglie è prossima al parto, ti prego, aspetta!», «Devo concludere un affare importante!», «Devo compare la mia prima casa!». Il succo è sempre quello: «Ci sono tante cose che voglio fare, ti prego, dammi ancora tempo!». Tempo, tempo! Le persone sembrano capire l’importanza solo quando devo venirli a prendere.
Vite intere scivolano via in pochi secondi.
E dopo, che cosa resta? Non lo so neanch’io. Mi viene attribuito un grande potere, ma in realtà sono ben poca cosa.
Eseguo, ecco tutto.
È quello che mi ripeto per convincermi ad andare avanti sempre allo stesso modo.
Potrò non avere molto, ma ho dei sentimenti, un cuore, che ogni incontro mi spezza.

Loro mi svegliano, le lacrime finiscono e il mio cammino ha fine.                


0 commenti

Lascia un commento

Avatar placeholder

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *