Era la prima volta che andavo in montagna in Alto Adige. Le cime delle Dolomiti, rosa e imponenti, circondavano il paese in cui mi trovavo ed erano uno sfondo indimenticabile per le piste completamente innevate. Dall’alto dei miei 5 anni, non mi chiedevo se fosse neve sparata o naturale, ansiosa com’ero di inaugurare su e giù per i pendii gli scii e le racchette appena noleggiati e gli occhiali da sole a visiera. Insieme alla mia nuova classe, mi sono messa in coda per salire in vetta. Ero abituata alle seggiovie austere e funzionali della Val d’Aosta, sempre piene di folle di adulti pronti a tutto tranne che a rallentare e di addetti che ti spaccavano le gambe per farti sedere e abbassare la protezione. Quello che dovevo prendere adesso però non era una seggiovia, ma un nuovo, strano oggetto molto più funzionale, un lungo tubo fosforescente attaccato ad un nastro trasportatore in alto.

Mi sono guardata intorno, confidando nell’aiuto di qualcuno, ma lì ognuno era per sé, e ho dovuto arrangiarmi. Quando è arrivato il mio turno, la seconda volta ho capito che forse dovevo prendere il tubo in mano, la terza mi sono fatta trascinare come su una moto d’acqua, finendo per sbandare e depositarmi in un cumulo di neve. Sono rimasta a gambe all’aria cercando di venire fuori, con il mio caschetto rosso che si era rivelato provvidenziale, per poi cadere all’indietro e scivolare lungo la pista fino all’impianto dello skilift. Quella quarta volta ero ben aggrappata, peccato che la tensione nel filo e una brusca fermata nel bel mezzo della risalita hanno fatto in modo che perdessi l’equilibrio e cadessi ancora, poi ancora e ancora, per tutta la durata della vacanza. Quell’inverno ho imparato a conoscere molto intimamente la neve, la sua consistenza ora farinosa ora compatta, il suo trasformarsi invariabilmente in acqua gelida che finisce nel collo, nei piedi e in tutte le parti sensibili del corpo.

Oggi come oggi i tempi sono cambiati, e le vacanze in montagna per me sono un sogno ad occhi aperti, eppure, se mi capita di andare a sciare, vi confesso che la vista di uno skilift mi mette non poca apprensione e, se proprio lo devo prendere, lo stringo così forte tra le gambe che poi possiamo darci del tu, mi aggrappo al filo cercando disperatamente di rimanere dritta e mormoro una litania di preghiere che imbarazzerebbe un monaco buddista. Beninteso, sempre con in testa un casco rosso e grossi occhiali da sole a visiera!

Di Cristina Morisi


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