Diario di un’evasione

Diario di bordo, giorno 234 

Sto tentando di invertire la rotta da sette giorni, ormai. Nulla sembra avere effetto, sembro destinato ad andare dritto verso il Grande Nero. Non vedo un modo per sfuggirgli.

Mi è capitato spesso in questi giorni di pensare che se solamente un asteroide mi colpisse a babordo con una velocità di almeno 13 nodi (ma non superiore a 20, eh, non voglio un buco nella carena), riuscirei forse a sfruttare la spinta rotatoria per poter cambiare direzione ed allontanarmi il più possibile dal Grande Nero. Ma se lo chiamano il Grande Nero un motivo ci sarà: qui intorno non c’è nulla, né un asteroide, né una piccola stella a illuminare questo enorme angolo di spazio.

E pensare che mi aspettavo grandi cose dalla mia fuga dalla costellazione di Maras II. Non posso lamentarmi in realtà, qualunque cosa è meglio di quell’inferno. Vedere tutta la mia specie messa ad assemblare armi per il Cacciatore, in catene di montaggio grandi quanto pianeti, è un’immagine che mi accompagnerà fino alla morte. 

Non so se qualcuno leggerà mai questo mio diario, non so neanche se in questa parte di spazio ci siano delle civiltà abbastanza sviluppate per leggere il Lineare Universale III.
Non so perché scrivo. Forse per sentirmi meno solo. 
La solitudine ti ammazza, non come il male a tutte le mie otto spalle dopo una giornata di lavoro ad assemblare mitra al plasma, anche se pure quella fa male. Guardare per ore oltre il parabrezza di questa navicella, troppo grande e troppo fredda per una sola persona, e non sapere quando potrai smettere di scappare… è una forma di malessere che, lentamente, ti logora dentro.

Non posso fare altro che ricordare quanto fosse bello prima, prima dell’invasione, prima del lavoro forzato, prima di veder uccisi i miei genitori perché troppo vecchi o troppo deboli per poter lavorare, quando tutto era normale. A volte si sottovaluta la normalità, ci si stufa persino, di ciò che è normale. Ognuno deve essere meglio, la propria vita deve essere straordinaria, grandiosa; ma non credo che al giorno d’oggi si possa aspirare a questo. La tua vita è una banalità, se confrontata alla vastità dell’universo. E questo noi schiavi di Maras lo sappiamo bene. Cosa mi è saltato in mente? Perché questa voglia di fare qualcosa di grande, di sensazionale? Rubare un caccia nemico per fuggire? Cercare Nairi, un singolo essere vivente nella spazialità infinita, che per di più non vedi da quattro anni, non sai dove si trovi e non sai neanche se si ricordi di te? Gran bella idea del cazzo. 

Comunque ormai è troppo tardi per stare qui a pensare a cosa avrei o non avrei potuto fare, con quale cameriera del Porto Internazionale avrei o non avrei potuto provarci. Non c’è una via d’uscita, non c’è nessun modo per cui io possa uscirne vivo, non c’è possibilità che io metta piede sul suolo un’ultima volta. 

Diario di bordo, giorno 257 

Vedo l’orizzonte degli eventi. È fatta, ci sono.
Questi ultimi venti giorni sono stati un tormento. Nessuno ti prepara ad aspettare la tua fine. Ti puoi sforzare e convincerti che andrà tutto bene, ma non riuscirai a stare tranquillo. 

Orizzonte degli eventi. L’ho sempre trovato un nome buffo, come se lì si concentrassero tutte le tue esperienze, tutta la tua vita, come se guardandolo guardassi te stesso.
Forse è così, forse quelli non sono neutrini che vengono sparati alla velocità della luce fuori dal Grande Nero ma sono io, la proiezione del mio essere, della mia vita, del mio passato srotolato davanti a me come fasci di luce che viaggiano verso casa, verso mia madre, ovunque si trovi adesso, verso Nairi.
L’infinità della vita me la immagino così, raggi di luce, condannati a viaggiare nello spazio per sempre, ad una velocità costante, per potersi ricongiungere nella singolarità di qualche altro buco nero. 

Forse morire da seppia libera non è poi una così brutta morte. 

Alberto


0 commenti

Lascia un commento

Avatar placeholder

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *