Diario di un’evasione

Giorno 1

Vi siete mai svegliati avendo la sensazione di cadere nel vuoto? Immagino di sì. Solo che non penso capiti a molte persone di ritrovarsi di colpo in un letto che non è il proprio, precisamente in un letto d’ospedale, con più tubi in corpo di uno scaldabagno e la sensazione di non averlo più, un corpo. All’inizio nemmeno la vista mi era totalmente d’aiuto: bagliori biancastri aleggiavano davanti ai miei occhi in uno spazio grigio e pieno di rumori meccanici. La sensazione che fosse solo un sogno è svanita quando ho iniziato a mettere a fuoco un paio di occhi femminili sopra una mascherina verde acqua.

“Signor Gigliola, mi sente?”

Avrei voluto dirle che oltre a sentirla mi stava spaccando un timpano, ma non sono riuscito a spiccicare parola. Per la verità non sono nemmeno riuscito a girarmi verso di lei. Ed è stato allora che ho capito, prima che mi venisse detto, che ero prigioniero del mio stesso corpo, un corpo dal quale non sarei più uscito se non per la porta secondaria dalla quale, prima o poi, escono tutti.

Ed è stato in quell’esatto momento che sono svenuto.

Giorno 4

Quando mi sono risvegliato, oggi, avrei voluto svenire come ho fatto qualche giorno fa. Ad un certo punto ho smesso di ascoltare i medici che parlavano di vertebre e di sindrome locked-in e mi sono concentrato sull’orologio appeso al muro di fronte al mio letto. Secondo me nessuno si rende conto di quanto sia inesorabilmente crudele il tempo fino a quando non gli capita qualcosa di simile a quello che è capitato a me. Le lancette urlano lo scandire dei secondi e io non posso far altro che rimanere qui, steso, ad ascoltare quel ticchettio maledetto senza nemmeno la possibilità di tapparmi le orecchie.
Ne ho fin troppo di tempo, lo regalerei volentieri a qualcuno. Soltanto quando stavo con Lei il tempo sembrava non passare mai…

No, non ci devo pensare.

Giorno 5

Finalmente hanno finito di pulirmi, capovolto e maneggiato come una bambola di pezza. Se penso che dovrò passare così tutta la mia vita vorrei avere sottomano una pistola. Anche se, ora che ci penso, non servirebbe a granché, data la mia condizione. Maledizione. Dalla mia stanza riesco a vedere un angolo di giardino: i rami di un ciliegio in fiore bussano alla finestra come a volermi ricordare che siamo in primavera. A casa sua c’era un albero di ciliegio. A volte quando mi svegliavo nel letto vuoto sapevo subito dove l’avrei trovata. E infatti eccola lì, con la sua vestaglia più pesante e una tazza di tè fumante mentre legge il giornale del mattino, seduta ai piedi dell’albero. Mi sento fischiettare e subito eccola che mi guarda con i suoi occhi da cerbiatto, occhi che ridevano sempre. 

Stavo ancora  cercando di fischiettare quando è arrivato il dottore di turno per il solito controllo.

“Ahhh, signor Gigliola, cos’è questo sguardo sorpreso, ha combinato qualche marachella?”.

È bastato uno sguardo per far capire al dottorino che fare questa battuta ad un avvocato penalista non era una buona idea. Spero che apprezzi il consiglio: in fondo, ne va del suo futuro.

Giorno 6

Corro a perdifiato sul prato. Quel maledetto cane è scappato di nuovo e non ho la più pallida idea di dove si sia cacciato. Siamo al parco da circa un’oretta eppure è bastato un millesimo di secondo perché lo perdessi. Se lo perdo davvero poi Lei chi la sente? Siamo sull’orlo del divorzio e questo cane è l’ennesimo tentativo, almeno da parte mia, di riparare a qualcosa che forse si è già rotto. Ma la sola idea di rimanere da solo mi travolge come uno tsunami. Quindi corro alla ricerca di quel fottuto cane e per poco non inciampo in una radice. Quando mi volto trovo il cane che mi aspetta allo steccato, che mi guarda come a dire – va beh, vogliamo muoverci?
Solo allora noto che sono quasi le sette e che davanti a me c’è un tramonto spettacolare. Il parchetto confina direttamente con la spiaggia e la salsedine mi accarezza il viso non sbarbato, mentre i capelli troppo lunghi mi ondeggiano davanti agli occhi. Eppure rimarrei per ore a fissare quel tramonto. Ed è allora che decido che, per una volta, sarò io a dire al cane quanto dovrà stare fuori. Lo lego al guinzaglio per condurlo all’uscita del parchetto e, una volta sulla sabbia, mi sfilo scarpe e calzini e inizio a camminare. La sabbia sotto le piante dei piedi è tiepida. Mi avvicino al bagnasciuga. Se potessi fissare questo attimo per sempre… se potessi…

“…se solo i dottori fossero stati più rapidi, Giacomo, forse a quest’ora potresti almeno parlare! Ma si sa: soltanto quando ci vanno di mezzo loro direttamente riescono a fare miracoli!”

Improvvisamene riemergo da quello che era il mio solito sogno ad occhi aperti per focalizzarmi sul viso di mia madre, persa nei suoi vaneggiamenti contro la classe dei medici, pronta a piangere al capezzale del figlio affermando di essere la persona più sfortunata del mondo.
Ma oggi non ho voglia di ascoltarla.
Ho voglia di tornare su quella spiaggia, quando ancora riuscivo a camminare, quando ancora stavo con Lei. 
Quando ancora avevo una possibilità.

Gaia


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