Diario di un’evasione

Matteo, ciao.

Siamo in quattro qua dentro e ognuno di noi vorrebbe stare altrove. Immagina d’incastrare quattro sconosciuti che si sopportano il giusto per non uccidersi a vicenda in una casa. Ora immagina che siano sangue del tuo sangue. Succede che a volte anche la civiltà scarseggia. Andare a dormire all’alba e stare chiusi in stanza è un modo come un altro per evadere. Mio fratello beve e studia, dada chiacchiera con la nostra gallina e cucina, mia madre pulisce e guarda Revenge. Tutto più o meno stereotipato. I primi giorni li abbiamo riempiti giocando a carte e ridendo forte durante i pasti. C’è stata una tregua surreale, silenziosa, palese e comune, più per egoismo che per buon cuore. Quella tipica battuta a più riprese, scherzi e complicità, uno star sereni che non ricordavo. Ho quasi pensato incredula – sto bene?

Poi la battuta è diventata offesa. Lo scherzo, uno spintone. “Non mi devi toccare”, “lasciami stare”. Colpi pesanti sulla scrivania, frustrazione, porte sbattute. Aprire gli occhi, svegliata dalle urla in cucina, dà subito un certo sapore alla giornata. 

Non credere che io sia superiore a queste cose. Matteo, raramente sono una brava persona. Ma di certo sono quella che di più ne soffre, perché io guardo. Poi sono sempre stata abituata a scappare. Ad alzarmi e sparire, in silenzio. 

Ho sempre amato così profondamente la libertà, che ne abuso nei modi più sbagliati.

Il fatto è che la legge, l’ansia e l’amore per pochi mi tengono qui. Non posso più uscire e andare al nostro posto. Lasciarmi tutto il baccano e l’odio dietro e correre verso di lei, coi suoi gatti. Un tè, una coperta, il davanzale di una finestra. Mi ha salvato così tante volte.

Non posso più prendermi quella giornata di sguardo vuoto in un bar da sola a leggere, dove l’unica ad urlare è la musica. Rimuginare nella mia tristezza, nel mio dolore, qua dentro non mi riesce.
Non posso bere fino a svenire perché non lo voglio fare. Né scrivere. Qua la gente attende solo che sbagli.

Ho dovuto imparare nuovi modi di evadere, quindi. Guardare da dietro le sbarre Amore, sperare in un po’ di sole e in un messaggio.
Da una settimana ormai il tempo fa come vuole, vola e si brucia come fa la candela con l’aria della mia stanza.
E mia madre entra senza bussare, apre le finestre e grida, “vuoi morire?”.

Beh, sì. Ma che strano. Era da un po’ che non ci pensavo, mamma. Meno male che ci sei tu che me lo ricordi. Sarà lui, Matteo. Me lo sono ritrovato tra le braccia dopo mesi che mi stava in testa e mi sono anche sorpresa. Sorpresa perché? Perché ha tutto senso solo dopo che accade?

Sarà lui, dicevo, perché una volta in stazione mi sono accorta che era da tanto che non mi immaginavo sanguinare sulle rotaie. Poi, beh, magari è perché chiusa qua non ho più treni da prendere.

Mi sento un po’ ossessiva, scomposta a scrivere, con la tastiera che ticchetta e quegl’altri giù a mangiare. Come se, scrivendone da svegli, li stessi tradendo. Ma per tradir qualcuno dovresti essere dalla sua parte, prima. Quindi cos’è questo tremolio che mi sta addosso? Questo girarsi di scatto, ascoltar per passi che si avvicinano.

Chissà cosa temo. Non è tutto brutto, sai. Ieri la mamma mi ha chiamato e insieme abbiamo lavato e asciugato i bicchieri nell’armadio. Saranno stati quaranta, un po’ di musica e uno straccio. Non vedevano la luce dal ’92. Chissà se, usciti da qui, ci sentiremo come loro. Fermi, trasparenti, vecchi, polverosi. Sottosopra. Mi sembra di stare già così da un sacco di tempo.

Non si stava insieme a questo modo da parecchio, eh. Da quanto? Non ricordo. Ma in effetti non ricordo mai niente.

Dada, invece! Con dada siamo andati al campo qua dietro a rubare l’aglio. Io facevo lunghi passi incerti e lui, chino, mi indicava i ciuffi da prendere. Mi sono sentita piccina di nuovo, le pannocchie e l’estate bruciante. Poi il sole è sceso e siam tornati a casa a tagliare la verdura. Non si poteva uscire, ma dada segue solo le sue, di regole.

Mio fratello c’è sempre stato troppo o affatto. Questa cosa che non ho vie di mezzo devo averla presa da lui, e non so se mi va giù. Perlopiù ci incrociamo a notte fonda in cucina, a cercare qualche schifezza per colmare questo vuoto infame. Nessuno di noi ci ha mai capito niente di come funziona la vita, né l’amore. E questo è colpa loro. A volte vorrei essere come voi, amico. Ecco un’altra cosa a cui non pensavo da tanto.

Mi sa che questi nuovi modi di evadere, Matteo, io li sto ancora cercando. Sto studiando tanto. Questo è insolito. 

Sai cosa? Magari non mi serve. Scappare, dico. D’altronde, quella che è scappata in Inghilterra, a Nizza, a Genova, quella che esce e dimentica sono sempre stata io, tra noi quattro.

Forse in mezzo a tutto questo bisogno di scappare, sono l’unica che per una volta è tranquilla da ferma.

Vabbè, dai.

A me manca solo lui. Tragicamente.

A.


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