Racconta un appuntamento di San Valentino usando la seconda persona.
Il tuo interlocutore sarà un alimento.

Senti, tu a me non piaci.
Non è che ho un qualche motivo particolare, è che con me non sei stato buono mai, quindi perché dovrei darti attenzioni? Lo sanno tutti che sono molto più brava a bere. Scommetto che c’eri anche tu quando Valentino non era ancora santo e la gente moriva per te. Però l’altra sera non c’eri, e quindi mi tocca raccontartela.

Era venerdì. In realtà era già sabato, ma poco importa. Come ogni sera mi hai lasciata sola a gestirmi tutto l’alcol che ho addosso e la gente che mi circonda, e lo sai che a tremare ci metto un attimo. Sedevo al banco e non facevo che vedere la tua gente entrare ed uscire attraverso il vetro. Questa indifferenza fa di me una brutta persona? No, non mi interessa, non mi distrarre. Stavo leggendo china, quando lui è entrato e mi ha sfiorata. A me è venuta una fitta, ma mi fa male lo stomaco da così tanto che non so più se è colpa tua o sua. Gli ho sorriso e lui ha sorriso a me e, sinceramente, che bisogno c’è di mangiare quando qualcuno ti sta davanti a quel modo? 

Mi sento stupida perché me ne sto seduta a guardarti su sto piatto e non ci voglio parlare con te, perché sei un pezzo di pane maledetto e il pane non parla. 

«Come stai?»

«Come al solito; hai dormito bene?»

Bevo un po’ di whisky, è il secondo: «Mica tanto.»

«Hai mangiato?»

«Un pasticcino molto buono, quello con la fragola.»

Mi prende una mano e ci lascia un bacio. «Un pasto vero, intendo.»

No. Certo che no. Stai parlando con una che va avanti a wurstel e Red Bull, secondo te? Ma come glielo dico? Poi mi dice che dovrei mangiare di più, ma con lui non ho tempo da buttare a spiegargli che mi fa male ogni volta che ti mordo, che è un continuo combattere tra il non morire di fame e il non morire di vergogna.
Però lui mi guarda in quel modo lì, capito? E mi ricordo che per le persone normali quel venerdì in particolare vuol dire starsi vicino, e cioccolatini e amore. 

Io se mi impegno riesco a superarla questa cosa che San Valentino non vale niente, che tu non vali niente e che l’unica cosa giusta stasera siamo io e lui, e questo whisky.

«Ti sei mangiata le unghie?»

«È l’ansia.»

«Per cosa?»

Lo guardo in silenzio, esito, mentre mi gratto la testa. Forse avrei bisogno del tuo sostegno, ma mi sto arrangiando da tutta la vita, che sarà mai una risposta confusa in più? 

Non ho neanche fame.

«Boh, l’ansia in generale, è come muovere sempre la gamba.»

Glielo dico che sono strana? Non è abbastanza che sono due giorni che gli ascolto battere il cuore ed è già San Valentino? 
Ma che cazzo di tempismo. 

«È che qui ho la mia gente e tu la tua, ci conosciamo tutti, preferirei che nessuno guardasse».
Piatti vuoti e sedie vuote alla fine si assomigliano, il silenzio è lo stesso. Però è tutto pieno, lì sotto il mio naso e gli sgabelli al banco, venerdì. 

Lo so che sto facendo casino con i tempi verbali, e siamo tutti confusi, ma sto facendo un monologo ad un panino, sinceramente, non c’è niente di chiaro qui. 

«Sei un sacco normale» mi dice, e mi risolve qualsiasi sproloquio interiore. Fa uno di quei sorrisi che questo mal di stomaco deve per forza venire da lì. E gli sorrido anche io, in sto mio modo timido e incredulo dell’affetto che mi viene rivolto. 

«Sto un po’ sottosopra» gli dico. Lui sorseggia un’immorale birra piccola e ci pensa un po’. 

«Esci a fumare?»

Va bene, non fumo neanche, ma ci esco a fumare. 

Non c’è nessuno fuori, a guardarmi quando ti parlo. Non c’è nessuno se non il suo odore quando si avvicina e la sua mano fredda sulle mie ossa. 

Ma che ne sai di come mi sento quando respira forte, a fondo?

Sei solo un pezzo di pane.                      

Anna


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