Racconta la storia di un eretico usando la prima persona plurale (noi)

C’è sempre un Noi e sempre un Loro. 

Loro possono essere terribilmente tanti e spaventosi, e uccidere e opprimere e imprigionare, gli ultimi a sopravvivere. Oppure possono essere tanti e basta, i Loro, innocentemente favoriti nelle piccole cose che governano il mondo, mentre i Noi rimangono con un così vuoto significato in quello che sono. Una piccola gioia distratta. Una sorpresa piacevole, un riconoscersi breve, presto dimenticato.

Ma questa nostra storia racconta di tempi diversi. 

Siamo pochi e non abbiamo che questa nostra mano sinistra per rovesciare il mondo. Per lanciare un sasso, rompere un vetro, percuotere qualcuno, ubriacarci di vino. Intingere un dito nel sangue che cola e disegnare sul muro. Scrivere. 

Diremo di come Loro ci hanno sputato e costretto alla vergogna. Come ci hanno corretti, come se fossimo rotti, sbagliati. Diremo di Noi: come la rabbia, la violenza sia diventata la nostra Parola. Come non riconosciamo signori e padroni. La nostra missione – il caos. E rimarrà scritto finché l’ultimo tra Loro non sarà caduto.

Ci accomuna la mano benedetta che allunghiamo sul fuoco e sulle ceneri di un tempio raso al suolo, e questo affanno, gli occhi che brillano nel buio. Nient’altro. E bestemmiamo orribilmente e malediciamo le anime delle nostre vittime e creiamo e nutriamo la ferocia, la cattiveria. Ci scotta, questo, e follemente soffriamo e, nel nostro dolore, esistiamo. 

Così si terrorizza il mondo. È l’unico modo. Non c’è ordine nel nostro agire, né possibilità di fuggire. Non abbiamo vesti né simboli che ci contraddistinguano, e, quieti, passeggiamo tra Loro, aspettando il giusto momento, il dolce chiamarci della paura.

Così questa mano sgozza e affonda il coltello nell’Agnello che torna all’ovile. Il sole è ormai nascosto tra i campi infiniti, e un vento tiepido sospira. Ridiamo, mentre la pecora chiama disperata il suo cucciolo smarrito, e lo strazio, il lamento, dura per giorni.
Finché ecco che si trova il mutilato, in un fosso, scomposto, da solo, e la pecora piange e guarda di qua. “Perché?”, chiede al Pastore.

Di Noi, solo un sorriso s’intravede nell’ombra. Non c’è nessun pastore, diremmo. Ma non lasciamo che una carezza; sulla lana, una traccia di sangue. 

Nessuno vede mai, nessuno alza la testa. A mani unite, mormorano al Pastore e chiedono perdono e chiedono perché, e confusi e mugolanti e spezzati e affranti s’arrabbiano o soccombono. O aspettano. 

E Noi siamo sempre Noi, e Loro sempre meno.
Sempre meno.

Anna


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