Racconta la storia di un eretico usando la prima persona plurale (noi)

Cecilia la incontrammo per la prima volta a una festa in maschera organizzata in un locale in Porta Genova e subito notammo la sua grande propensione al vino, per via dei lunghi sorsi con cui calava, uno dietro l’altro, i calici della Barbera che il barista le versava. Pure noi adoravamo trascorrere i giovedì tra un locale e l’altro, iniziando la serata alle cinque e mezzo con un paio di Spritz per digerire la lezione di diritto internazionale appena conclusa, proseguendo in qualche locanda dalle porzioni generose e finendo poi per vagare, già decisamente alticci, lungo Via Torino e spendere uno sproposito a testa in alcol di bassa qualità. Avevamo tutti vent’anni, una gran voglia di fare festa e ancora non sapevano quali sarebbero stati i problemi che ci avrebbero attanagliati una volta laureati: pensavamo a come passare gli esami col minimo sforzo, confidavamo molto nella nostra spiccata intelligenza e qualche volta – forse qualcuna di troppo – esageravamo.
Quando conoscemmo Cecilia – e per conoscerla si intende assegnarle un volto, renderla riconoscibile quando la incontravamo in università – e vedemmo i suoi occhi, grandi, infossati in una depressione che faceva sembrare l’azzurro dei suoi occhi il Mar Morto, capimmo che dovevamo fare qualcosa per lei: la trovammo in una pozza di vomito e decidemmo di portarla nell’appartamento condiviso da quattro di noi e che si affaccia sul Parco Ravizza per pulirla, farla riposare e non farla morire di freddo in una gelida notte novembrina. Il giorno dopo, nonostante la lucidità che avevamo avuto nel salvarla dal ricovero in ospedale, ci svegliammo con un forte mal di testa e a stento ricordavamo cosa fosse successo: in evidente stato confusionale ricomponemmo i pezzi con il suo aiuto.

Qualche giorno dopo, fummo presi, inspiegabilmente, da un forte senso di responsabilità: passammo giorni a ragionare sui motivi che potessero spingere una ragazza a ridursi in una simile maniera, denaturando se stessa, colpendo il proprio io interiore. Un paio di noi – Jessica e Daniele – sminuirono il tutto supportando quel faber est suae quisque fortunae che tanto adoriamo, così tanto da essercelo tatuati tutti, nei posti più diversi: una sorta di collante che ci consentisse di ricordare quanto fossimo uniti davanti ad ogni difficoltà. Trasalimmo quando sentimmo lo sprezzo nei confronti della povera Cecilia e decidemmo che, con o senza Jessica e Daniel, la avremmo aiutata.
Parlandoci, scoprimmo un sentimento collettivo che univa la maggior parte di noi: un brivido scosse tutte le nostre schiene quando ci raccontò della sua situazione familiare e di come la sua vita fosse peggiorata quando aveva accettato di scendere a compromessi con l’alcol. Ci sentivamo malamente invidiati quando le sue lodi per il nostro gruppo unito facevano eco a un pianto o a un lamento: volevamo renderla una dei nostri e decidemmo di scendere a patti pur di salvarla.

Capimmo che condividevamo il medesimo problema di Cecilia e le proponemmo di fare terapia insieme: trovammo supporto dalla psicologa dell’università, la quale ci indirizzò verso la dottoressa Carla Bonetti, che ci accolse col sorriso tipico di chi si trova davanti una scena che ha già visto e un problema già sconfitto in passato. Le spiegammo la situazione e ci venne proposto di iniziare la terapia già l’indomani: accettammo, confidando nelle ottime intenzioni di tutti – soprattutto di Cecilia.
Durante le sedute parlavamo liberamente, sfogavamo le nostre rabbie e provavamo a combattere gli spettri della crescita: piangevamo, ci abbracciavamo; inizialmente provavamo sentimenti collettivi, eravamo sulla stessa lunghezza d’onda – emanazione di uno stesso pensiero.

Rompemmo qualcosa tra di noi quando in due presero a male parole Cecilia e noialtri la difendemmo a spada tratta, scatenando un putiferio che neppure la dottoressa Bonetti seppe fermare. Ci spaccammo, sentimmo il gelo nel sangue: ci eravamo sputati addosso parole irripetibili, che fossero verità assolute o pensieri dettati dalla foga del momento non potevamo saperlo – probabilmente mai lo sapremo.
Alcuni di noi si trovarono nei giorni successivi: ci eravamo separati in gruppetti, ognuno coi propri criteri, le proprie idee, anche per come andare avanti. Eravamo rimasti in quattro – io, Cecilia, Armando e Giuditta – e ci facevamo forza l’un l’altro sapendo che un cambiamento era possibile continuando a frequentare la Bonetti, mentre tutti gli altri avevano già risolto i problemi con l’alcol: noi rimanevamo per Cecilia, saremmo rimasti con lei fino a che non se ne fosse tirata fuori.

Un sabato sera io e lei uscimmo insieme. Avevamo freddo, erano passati tre mesi: febbraio ci entrava nelle ossa con il suo drastico gelo e ci costrinse a un lungo abbraccio, da cui scaturì un bacio.
Probabilmente ci eravamo innamorati l’una dell’altro e ce ne eravamo accorti solo dopo esser stati da soli, a lungo, senza gli altri.
In quegli istanti sentimmo il fuoco, eravamo eccitati e ci promettemmo di divertirci senza pensare a niente. Entrammo in un bar, bevemmo, non sentendo più i cellulari vibrare e suonare.
Nel frattempo tornammo ad essere in quindici nel gruppo Whatsapp dell’università: Armando aveva avuto un duro confronto con i “disertori” ed erano stati convinti a tornare, per Cecilia.

La mattina seguente ci trovammo sdraiati per terra, attorcigliati davanti al divano. Eravamo all’interno della stanza: Armando, tornato dal lavoro, aveva radunato tutti. Scoprimmo che Cecilia era morta, soffocata dal suo stesso vomito. Tutti noi avemmo il medesimo pensiero: avevo tradito l’ideale, la battaglia di un gruppo, del nostro gruppo, ed ero andato contro quel “noi” che avevamo creato e a cui dedicavamo ogni istante della nostra vita.
In quel momento non fummo più: non più Cecilia, non più i miei amici.
Fui, solo e disperato.

Davide


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