Racconta la storia di un eretico usando la prima persona plurale (noi)

Anche ieri, come ogni giorno, siamo rientrati nelle nostre dimore dopo tanta fatica e dolore. Anche ieri sera, come ogni sera, ci siamo guardati nello specchio, com’è uso tra noi, prima di coricarci. 

Abbiamo fissato i nostri volti, i nostri veri volti, dopo aver messo giù la maschera che ci permette  di camminare in mezzo a voi. Ognuno di noi ogni sera ne studia, ossessivamente, le linee, e le rimette, ancora una volta, alla propria memoria. Per non dimenticarle, per non dimenticare chi  siamo davvero. 
Perché noi non abbiamo identità, non abbiamo un nome, né una casa: un posto in cui esistere. Per questo dobbiamo insinuarci tra voi, i viventi, per reclamare un frammento di spazio vitale per  noi stessi. 

E perché tutto questo? Perché non abbandoniamo, non possiamo abbandonare la nostra fede, le  nostre convinzioni. Per noi, del nostro credo, non esiste nessuna abiura possibile. E ci definite eretici e ci avete sempre relegato ai margini ma, per noi, non esiste altra scelta, se pure volessimo piegarci alla vostra norma. E vorremo, oh, se vorremmo.
E quando ci corichiamo nelle nostre celle, ognuno di noi, tra urla, pianti e risa, prega, prega per essere sollevato dalla maledizione che ci affligge. Ma le nostre preghiere restano sempre  inascoltate. 

Oh nostro crudele Signore, padre spietato, perché ci hai fatto questo? Perché ci ha assegnato questo destino? Nessuno, nessuno di noi te l’aveva chiesto in dono e, per ognuno di noi, questa è  certezza. Eppure è stata la tua fede dannata ad averci scelto, scegliendo al posto nostro. Ognuno di noi ha la sua versione, di questo castigo, e tutti ti danno un nome diverso. Eppure tutti siamo consapevoli di quest’unica verità. 

Noi ci siamo da sempre. Sin dall’alba dei tempi, siamo in mezzo a voi. Eravamo lì quando coniaste il primo dogma, quando scriveste la norma con cui c’avreste poi banditi nel buio, quando stabiliste la regola. Sull’orlo della prima fiamma, noi c’eravamo. Mentre il fuoco ballava sul volto degli uomini selvaggi, fratelli, noi sedevamo indietro, reietti, nell’ombra. 

Col trascorre dei secoli, avete denunciato la nostra fede. Ci avete etichettati seguaci del maligno perché credenti di un Dio dal volto non benigno ma malevolo, seguaci di un mondo diverso dal vostro. Ma cosa sapete voi delle nostre visioni? Di quanto e come ogni notte, sera, alba e  tramonto esse ci affliggono? Del silenzio in cui nuotiamo, delle urla che respiriamo? Avete come sempre bandito ciò che non siete in grado di comprendere, per vostra grande fortuna. 

Così stiamo, tenuti fuori dalla società, nascosti. Banditi, torturati e uccisi. Convinti della nostra totale impotenza, di non essere in grado di ribellarci, che non potremo concludere mai nulla, ci avete perseguitati, senza sosta. E ci avete resi invisibili, ci avete coperto di maschere, ci avete rubato i nostri stessi volti. 

Ma noi non dimentichiamo. Credete forse che il trascorre dei decenni, dei secoli, dei millenni abbia fatto sbiadire il ricordo delle colline di Sparta? Dei fuochi di Salem? Dei forni per le vite indegne di essere vissute? No, non è così. I vostri peccati non sono dimenticati. Noi non li dimentichiamo, ogni sera li rammentiamo, uno ad uno, recitando il nostro terribile rosario. 

E ricordiamo anche quando c’avete ridato dei nomi: uno, dieci, cento nomi, anche se erano i vostri e non i nostri. E così facendo c’avete tirato fuori dall’ombra, sole per metterci in prigione, sotto chiave, lontano da voi, per non potervi far del male.

Ma chi sono davvero le vittime, chi i carnefici? Per ogni stilla, per ogni dolore che un fratello ha causato, è sempre seguito un mare di pianto, mare sommerso e invisibile e, questo, è molto più di quanto si possa dire di voi altri. 

Noi questo lo sappiamo tutti, anche se non abbiamo una voce, una bandiera, un’identità condivisa. Anche se non ci guardiamo in volto gli uni con gli altri, anche senza riconoscerci, anche senza mai parlarci. Perché le maschere che ci avete imposto ci dividono per sempre, anche da noi stessi. Ognuno di noi è più che solo: un popolo di uno solo. Ciò nonostante sempre ci cerchiamo, ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, ogni secondo, con occhi muti e con bocca cieca. 

E così, anche quando c’avete liberati dalle vostre prigioni e c’avete detto di andare per il mondo, senza parlarci ci siamo trovati, e senza parlarci ci siamo accordati. Su come dovevamo stare attenti a non attraversarvi il cammino, a vivere in disparte e con grande modestia. E così, ancora una volta, dal buio siamo rimasti a osservare e tutto quanto vediamo lo affidiamo alla memoria, una memoria che perdura. 
Una memoria che ogni sera ci tortura, ci tormenta. È la nostra fede, dolore, paura e disperazione. C’avete lasciati liberi e smarriti. Ma liberi da cosa, dai chi? La nostra fede mai c’abbandona, i nostri demoni custodi sono con noi ad ogni passo. E voi non c’avete lasciato uno spazio: in cui  rifugiarci, in cui essere accolti, in cui trovare calore.  

Ci guardate, con sorrisi pietosi, quando ci riconoscete. E pietosamente ci schernite e schernite ancora, finché più non ne possiamo e così ne fuggiamo, coprendoci di cenci, lontano, lontano. Lontano dallo scherno, dalla derisione, dal rifiuto, dall’abbandono. Ma non possiamo fuggire da  quanto ci portiamo dentro, maledetti dalla nascita e dall’alba dei tempi. 

E fra noi ancora ci raccontiamo di tutto quanto provate a fare per convertirci, per riportarci alla retta via, alla normalità. Ad illuminarci su come dev’essere visto e compreso il mondo. Oh, come  vorremmo ascoltarvi! Afferrare la vostra luce, che impietosamente ci fate danzare davanti, la nostra falsa speranza. Come vorremmo abbandonare le nostre preghiere fatte di urla, i nostri rituali ossessivi, le nostre autoflagellazioni. 

Noi tutto questo non lo dimentichiamo mai e, potessimo, vi afferreremmo per il collo e vi trascineremmo nel buio a cui siamo stati condannati. E usurperemmo la luce, la vostra luce. E  aghereste, paghereste, non col sangue ma col dolore, il dolore del buio e della solitudine, scontando negli anni tutto quanto ci avete inflitto. 

Eppure non avete nulla da temere. Perché per ogni fratello, per ogni sorella, per ogni ansioso, depresso, bipolare, narcisista, psicotico, per ogni nome che c’avete dato, per ogni pazzo che ogni sera torna a coricarsi nel suo letto, nella sua piccola cella costruita da sé, l’odio verso noi stessi è  più forte di ogni cosa. Ed è questa la nostra odiosa fede, la nostra convinzione, il credo che non possiamo abbandonare, pur volendolo più di ogni altra cosa, la maledizione impostaci e la nostra vocazione. 

E ogni notte, soli nel letto, impegnati come siamo nella lotta all’Avversario, il nostro stesso Dio, ecco che improvvisamente realizziamo, per scordarlo poi, sempre, il mattino dopo, che è lì, al confine tra disperazione e speranza, oltre la vita e la morte, al di là dei sogni, che voi e noi, tutti, ci  incontriamo, desiderando la stessa cosa: un’utopia, un’irrealtà, un’autentica follia che voi, voi normali, chiamate… felicità.

Vincenzo


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