Racconta la storia di un eretico usando la prima persona plurale (noi)

Avevo bisogno di andarmene dalla città, forse per l’ultima volta.
A Biella il respiro della morte si faceva ogni giorno più forte e opprimente. Nelle piccole strade il terrore per l’epidemia ristagnava insieme al sospetto e all’odio. L’unico assillo della gente erano le cose, da conservare, difendere, sottrarre agli altri. Davanti all’ignoto della malattia e del trapasso pensavano solo a se stessi e al nulla.
Così, incapace di sopportare oltre, mi sono rifugiato nella natura, ho preso l’auto e mi sono inerpicato sempre più in alto, superando paesini e residui industriali, fino a raggiungere le montagne, la Panoramica Zegna.
I cespugli di rododendri erano lì. I sentieri erbosi in mezzo alle cime erano ancora lì. Ho cominciato a percorrerne uno. Contornato da abeti profumati, mi sentivo in una fiaba. Sotto a una scarpata si potevano vedere dei sassi uno sopra l’altro, ciò che rimaneva di una casa andata in rovina. Una tabella lì accanto spiegava che si trattava dell’ultimo rifugio di Fra Dolcino e dei suoi seguaci.
“Rintanati come degli animali” ho commentato tra me.
E visto che, a dispetto degli abiti da perfetto trekker, tremavo, mi sono chiesto se, come minimo, non avessero freddo di notte. Una comunità isolata e prossima alla sconfitta…
Quelle pietre mi parlavano, non riuscivo a staccarmene, ed ecco che, a una folata di vento, mi è parso di vedere lì in mezzo, davanti a me, un uomo. Senza saio, con la barba e occhi azzurri, irresistibili.
Accanto a lui stava una splendida donna che lo cingeva con amore, e intorno un gruppetto di uomini e donne.
E l’uomo parve raccontarmi, o forse era solo il vento, la loro storia, che i secoli avevano ricoperto di muschio, scandalo e oblio…

Noi qui stavamo bene, non sentivamo freddo e non pativamo la fame, ci facevamo compagnia, scandendo il tempo accompagnandoci con inni e preghiere. Non ci pesava non avere città vicine, né contatti con l’esterno. Perché avevamo un sogno, e volevamo viverlo. Sognavamo di imitare la vita terrena di Gesù Cristo, essere poveri e misericordiosi come lo era Lui, semplici e caritatevoli, non come i preti con la loro smania di potere e le loro false cerimonie caricate d’incenso, che opprimevano i bisognosi e mentivano loro invece di soccorrerli. Volevamo essere persone autentiche. Eravamo in tanti qui, all’inizio, predicavamo e convertivamo villaggi interi nella valle, eravamo felici e pieni di entusiasmo. L’amore delle nostre donne ci dava forza, e i nostri bambini fiducia nel futuro. Tutto ci pareva possibile. Ma poi la nostra forza è venuta meno, e al Signore è piaciuto farci seguire la Sua stessa via, della persecuzione, dell’infamia, della croce. Come ci guardava con odio il Vescovo di Vercelli quando cominciò ad accusarci, senza darci nemmeno possibilità di replica. Perché sapeva che avevamo ragione noi, e ci voleva morti. E chi ci venerava pian piano cominciò a temerci, a negarci l’aiuto che prima offriva con gioia, a non credere più nel nostro messaggio, a volerci scacciare perché pericolosi, sbagliati. Ormai portavamo solo guai. Oh, che giorni di falsa speranza furono gli ultimi che vivemmo qui! Avremmo resistito, avremmo trionfato, certo, ci ripetevamo, sapendo che il rogo non era lontano. Un esercito calò su di noi, ci difendemmo come potevamo, ma noi avevamo pietre e bastoni, quei torvi cavalieri spade e frecce che non lasciavano scampo.

Il nostro nome sopravvive con il marchio di eretici, coloro che peccano di superbia e si credono più di Dio e dei Suoi ministri, più di tutta la comunità, coloro che infrangono le leggi più sacre.
Ma qui, dove tra le rocce e gli alberi nulla è perduto per sempre, vi chiediamo: il sogno di Fra Dolcino era tanto colpevole?

Cristina


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