Scrivi una storia d’amore che abbia come protagonista un insegnante.

Si passò la mano sinistra tra i capelli biondi leggermente lunghi ma ordinati ed entrò nell’aula con passo deciso e sostenuto, fiero dei suoi quarant’anni appena compiuti. Si sbottonò il cappotto verde oliva e si allentò la sciarpa grigioverde che gli copriva il volto, rivelando un accenno di barba chiara. Aveva gli occhiali appannati e, mentre si sfilava la giacca, prese il panno di stoffa e con movimenti lenti e circolari pulì le lenti. “Buongiorno a tutti. Sono il vostro professore di Sociologia della Comunicazione e vi consiglio di prendere appunti perché questo esame si baserà molto sulle discussioni che terremo qui in aula.”

Il suo sguardo passò in rassegna tutti i volti delle nuove matricole. La sua lezione era il loro battesimo del fuoco nel nuovo mondo formativo che le attendeva. Tre ragazze erano sedute una accanto all’altra. Il suo sguardo indugiò su di loro. Erano vestite in modo casual, con delle semplici t-shirt, e due di loro portavano gli occhiali. Notò che una delle due era particolarmente attenta alle sue parole: occhi color acquamarina fissi, penna in mano che si adagiava tra il medio e l’anulare, pronta a prendere appunti, e una mano che giocava con i capelli ricci castano chiaro che arrivavano a metà tra il collo e le spalle. Non era bella. Era pure in sovrappeso, ma la sua attenzione lo lusingava.

“Come vi dicevo, la mia materia è piuttosto complicata da spiegare solo attraverso i libri; quindi, parleremo di diversi casi di studio qui in aula tutti insieme”, proseguì distogliendo lo sguardo dalla ragazza. “Sapete tutti che McDonald’s ha aperto in tutto il mondo e lo ha fatto anche in Medioriente e in India, dove maiali e mucche sono considerati animali sacri. Cosa pensate possa essere successo a livello culturale?”
Continuò a parlare e a fare domande all’aula per un’ora e mezza. Ogni tanto i suoi occhi caramello si spostavano verso la ragazza, che era sempre attenta, ma restava in silenzio. Era chiaro che, se avesse voluto, avrebbe potuto usare il suo fascino e la sua cultura per ottenere qualche punticino al suo ego e scuotere l’animo di quella ragazza, imbrigliandola in una situazione ambigua. Non lo fece. Non lo fece mai. Si limitò sempre ad osservarla e a tenerla d’occhio.

I mesi passarono e da ottobre si arrivò a dicembre. Quel giorno lei, come tutti gli altri studenti, stava consegnando sulla scrivania una pagina di Word con alcune riflessioni. La vide camminare verso la cattedra in maniera rigida e composta, avvolta in un maglione con dolcevita più grande di lei per nascondere le sue forme. Aveva uno sguardo quasi inespressivo e forse anche freddo. I suoi occhi avevano cambiato colore e da acquamarina erano divenuti grigio topo; sembravano riflettere il tempo autunnale e comunicare uno stato di morte semi-apparente. La guardò incuriosito, ma lei distolse lo sguardo immediatamente e, posato il foglio, accelerò il passo verso il suo posto, ma non prima di notare che al professore mancavano due falangi dell’anulare destro. Era rabbrividita? No. L’aveva anche sentita conversare dopo la lezione con le colleghe. Forse avrebbe dovuto documentarsi su chi fosse Altaïr Ibn-La’Ahad, ma era poco importante. Aveva la certezza che quella ragazza era nel mezzo di una cotta, ma aveva passato l’adolescenza da un pezzo e forse non avrebbe dovuto essere così dominata dai sentimenti.

E lui? Lui aveva un appuntamento in caffetteria con la compagna appena arrivata a Milano da Roma. Lui sapeva chi era e a chi era legato e decise di non lasciare più spazio a tutta quella situazione di non detto. Il problema non era suo; dopotutto, studentesse che si prendevano sbandate per lui ce ne erano tante e quella si aggiungeva solo alla lista. La possibilità di avere in continuazione donne intorno lo lusingava, ma lui ne aveva già scelta una.

Dopo pranzo fece il giro dell’ateneo con la sua compagna mano nella mano, giusto per ribadire l’ovvietà del loro legame. Lei e le sue colleghe di corso lo videro. Lei non aveva un’espressione felice, ma allo stesso tempo non sembrava essere dispiaciuta in particolar modo.

Arrivò gennaio e con esso la sessione invernale. Il professore entrò in aula e ripeté il rituale di ogni volta. Il suo sguardo si posò su chi doveva fare l’appello quel giorno. Finì di fare l’appello e scoprì come si chiamava la ragazza; poco male. L’aveva sentita sicura di sé e ne era felice perché voleva dire che forse l’aveva già superata. In realtà quella ragazza aveva ben altri problemi e quindi l’amore era diventato un accessorio. Una cosa futile che non poteva aiutarla. Come se si potesse dare spazio a un sentimento che nemmeno esiste quando tutta l’esistenza viene stravolta e avvelenata dall’ansia e dalla depressione.
Lui però non poteva sapere nulla: era così concentrato su di sé che di lei non gli era mai importato. Lei era solo un mezzo per saziare il suo ego affamato di sentimenti frivoli e passeggeri che prendono polvere come le collezioni di un antiquario al mercatino delle pulci. 

Aspettò che arrivasse il turno di lei per verificare davvero quanto fosse stata attenta. Desiderava sapere se l’infatuazione verso di lui fosse almeno riuscita ad attecchire il seme della conoscenza dentro di lei, ma la vide alzarsi e sedersi alla scrivania dell’assistente e sostenere l’esame con lui. Lei avrebbe potuto chiedere di fare l’esame con lui, il professore, e non lo aveva fatto. Il suo orgoglio si sentì ferito come se qualcosa lo avesse scavato nel profondo. La mancanza di attenzione che lei gli aveva serbato fu ciò che lo scosse e lo fece irare, costringendolo a scaricare la sua frustrazione sul prossimo studente, mentre lei se ne andava con lo sguardo malinconico e un 26/30.

Alice


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