Durante il tè delle cinque, nella villa del signor White si inizia a sentire uno strano odore provenire dalla cucina…

Erano passati circa trenta minuti da quando ero stata fatta accomodare nel vasto salone color blu carta da zucchero, colmo di busti, quadri e quadretti. In uno degli angoli in fondo, un piano a coda malconcio e una viola. Alla mia destra, sotto un caminetto annerito, una pretenziosa replica di un arazzo medievale. Ma era poi davvero una replica?
Quando infine Mr. White, un uomo ormai anziano, basso, pelato, dalla bocca volgare e dal fisico corpulento (stretto a malapena in un delicatissimo completo Versace blu) mi si presentò davanti affettando un inchino e invitandomi a sedermi sul divanetto (ovviamente blu) lacero e consunto, fui quasi trattenuta da un senso di nausea.
Il maggiordomo, poco meno anziano del padrone ma alto, davvero alto, e dalle guance pendule, lo sguardo sornione, avvolto in una vetusta palandrana (nera, almeno lei) stava versandoci del tè oolong in delicatissime porcellane (azzurre!) cinesi quando, notando la mia esitazione momentanea, sembrò voltarsi e fissarmi intensamente.
A quella vista forzai un sorriso, ripresi controllo dei mie sensi e mi accomodai nel modo più ostentatamente femmineo mi fosse possibile. La nausea non mi abbandonava e, seppur rafforzata da quella sorta di improvviso e indesiderato mare in cui ero venuta mio malgrado a immergermi, non era dovuta a quel blu oppressivo. Non era neanche per il tè scadente. Era nell’aria, era un odore. Un odore di qualche tipo, inizialmente così sottile che entrando in casa neanche l’avevo notato ma, lento ed inesorabile, sembrava invadermi le narici e anziché diminuire in forza, come ci si aspetterebbe da qualsiasi profumo od olezzo, sembrava aumentare.
Così, mentre il padrone di casa, ancora in piedi, già stendeva le mani presentandomi con orgoglio la sua “piccola collezione” per poi accodarsi, mi limitavo a sorridere e fingere attenzione con un sorriso sicuramente sofferto.
Finalmente, il senso di disgusto sembrò attenuarsi, proprio mentre il maggiordomo con un inchino tornava ad avviarsi verso le cucina e le stanze della servitù. Quando ne spalancò per poi subito richiudere la grossa porta, però, come un vento, una nuova zaffata di quell’odore indefinito, dolciastro e acre insieme, come un rivoltante incenso, sembrò volermi assaltare, costringendomi a reggere il capo.
Il vecchio a quella vista finalmente ristette:
“Tutto bene, mia cara?”
Subito sfoderai il mio miglior sorriso: “Ma certo, non si preoccupi, solo un lieve giramento di testa… succede…”
“Oh sì, certo, lo so bene, voi fanciulle siete così delicate… non a caso vi definiscono il sesso debole!”, ridacchiò viscidamente. “Beva! Beva questo tè e vedrà! Importato direttamente da Ceylon sa? Lo Sri Lanka, intendo.”
Senza preoccuparsi oltre tornò quindi subito a immergersi nel racconto dei grandi successi commerciali che avevano permesso i suoi piccoli, ma senz’altro meritatissimi, lussi.

Mentre provavo ad ascoltare il caro Mr. White, cercai di mettere in pratica quanto mi era ripromessa e, sforzando al massimo qualsiasi capacità attoriale potessi mai avere, presi a giocare con i capelli, riempiendomi lo sguardo di tutta l’inesistente fascinazione che avrei dovuto provare quell’omuncolo prepotente dai modi viscidi, i larghi sorrisi, le occhiate furtive e la battuta scadente sempre sulla punta della lingua.
“Ma davvero?” esclamai. “No, no, deve raccontarmi per bene! Com’è potuto succedere?”

Non avevo la benché minima idea di che diavolo stesse parlando e, onestamente, mi sembrava palese che non importasse neanche a lui che io lo ascoltassi quanto piuttosto che gli dessi l’impressione di ascoltarlo. Io, d’altro canto, ero ben lieta di accontentarlo, dato che era proprio ciò che avevo pianificato di fare.
Seduta al tavolinetto nell’angolo del salone impregnato di polvere, con il tè ancora fumante davanti, sfruttavo gli attimi di maggior enfasi elocutoria per guardarmi attorno con attenzione.
Nonostante la preponderanza del blu, potevo riconoscere alcune opere d’arte genuine. Non ero certo un’esperta ma, dopo tanti anni ad ascoltarla, a guardarla entusiasmarsi o restare pensosa a fissare un quadro o una scultura, potevo vantarmi di aver sviluppato un certo occhio anch’io.
Nessuno mi sembrava portare la firma di qualche artista particolarmente famoso o, per lo meno, che io sapessi riconoscere. Non mi davano l’idea, in generale, d’esser pezzi inestimabili. Logicamente, le opere dal valore inestimabile dovevano essere altrove. Un uomo vano come lui sicuramente, pensai, non poteva contentarsi di goderne lui solo. Avrebbe sicuramente voluto ostentarle, magari solo per gli occhi dei più fidati e meritevoli.
Dovevano però essere lì, da qualche parte, oltre tutto quel blu, quel mare così profondo che anche l’aria, che anche quell’odore a stento tollerabile sembrava blu e irrespirabile.

Così insistetti, guardandolo nel modo più civettuolo che potessi, emettendo versetti, trattenendo il disgusto che mi suscitava. Arricciavo i capelli ignorando i suoi occhi platealmente fissi sui miei seni. Erano abbandonati, c’ero abituata, ma anche i più lascivi avevano la decenza di non restare a fissarli in quel modo e questo nonostante non avessi avuto il coraggio di concedermi nulla di più di un castigatissimo scollo a V.
Del resto, si confermava così che a quel genere di uomini bastava davvero poco per inebriarsi.
Così, una volta che ebbe concluso per la seconda volta il racconto su come fosse stato trionfalmente accolto tra i membri anziani del Club Wellington, feci la mia mossa: aprii leggermente la pelliccia in cui mi stringevo per ripararmi dal freddo (e dallo schifo) e, mentre il suo sguardo si acuiva, mi strinsi a lui dicendogli:
“Maaaa, lei è davvero eccezionale! Capisco come sia diventato direttore del museo di Arte Contemporanea per la Contea così giovane! – aveva 68 anni – Un uomo dai talenti infiniti per davvero!” esclamai ridendo ancora, civetta.

Qualsiasi persona con un minimo di intelligenza o almeno amor proprio non avrebbe mai creduto a una lusinga così mal interpretata ma (come si dice?) non c’è peggior sordo di chi vuol sentire…

“Oh, mia cara! Lei sì che è una donna acuta! Non ce ne sono tante come lei, sa? Ci vuole una gran donna per riconoscere il genio di un uomo! Le donne d’oggi sono diventate così… arroganti.” Ed ecco un’altra uscita sciovinista. Tanto valeva dargli corda.
“Ah sì, ha proprio ragione… ma come si fa a non apprezzare un genio, un gusto come il suo!”
Improvvisamente, l’odore, quella puzza, si rafforzò di nuovo. In mezzo a tutto quel blu maledetto, la testa mi girava, così tornai a reggerla con una mano. L’odore mi feriva al naso. Come facevano a sopportarlo?
A quella vista, lui si spinse verso di me, cùpido, tenendomi il braccio:
“Cara, lei non sta bene!”
“Ma no, ma no, caro Mr. White, non deve preoccuparsi! Sono…” abbassai gli occhi “…debolezze femminili…”
“Ah, ah! Capisco!” esclamò lui, ritraendosi leggermente, disgustato dalla sola idea che io potessi aver menzionato quanto lui pensava avessi menzionato. “Cara… lei dice genio e… ha usato la parola giusta! Ad esempio, lasci che le racconti di quando ho acquistato, per un’autentica miseria, la vecchia proprietà Reming.”
Oh, no, oh no!
Le ore passavano, il mio malessere cresceva, così come il disagio. Non potevo, non volevo sopportare l’ennesimo racconto sconclusionato. Provai ad essere più diretta: “Sì, certo ma…” dissi, provando a interromperlo. Immediatamente Mr. White mi lanciò un’occhiata indignata, per poi continuare imperterrito nella sua narrazione. Ristetti.
Fingendo ancora attenzione, gettai un altro pigro sguardo attorno. 
Dove, dove poteva essere, quello che cercavi, Blanche, mi adorata Blanche? Di qui sei passata, ne sono certo. Thompson, l’ispettore, ha incrociato i dati della tua agenda con le testimonianze raccolte nel quartiere e ne è sicuro, quel giorno maledetto sei venuta qui, nonostante questo schifoso continui a negarlo.

Pur sapendo perfettamente, per esperienza diretta, quanto fosse viscido questo verme sei arrivata fin qui, a cercare quel tuo Escher. A casa del tuo direttore, di quel vecchio laido che nei corridoi cercava di allungarti le mani addosso, di tenerti sola con lui nel suo studio, che trattava ogni opera come se fosse una sua esclusiva proprietà – ciò che sembrava ferirti di più, quasi a morte… Perché sapevi, perché avevi capito che le mazzette, i fondi distolti, perfino i pezzi che sparivano erano tutta opera sua e che perfino l’Escher…

Eri pronta a tutto, anche a restare in quel luogo, a rinunciare a lavori più prestigiosi e sicuramente più dignitosi, perfino a spingerti fino in casa sua, rifiutando di considerare il pericolo che potevi correre, tutto per amore dell’arte, quell’arte maledetta. Ed ora, per amor tuo, stavo commettendo la stessa, medesima idiozia, rifiutandomi di considerare a quale sorte tu, e forse anch’io, potevamo andare incontro.

Nel notare la mia evidente distrazione, l’omuncolo tornò a guadarmi accigliato: “La sto forse annoiando?” mi apostrofò, aspro.
“Ma no! Ma no! Mi perdoni davvero, ero solo… solo, ecco, incantata da tutta l’arte di questo luogo! Meravigliosa, incredibile… casa sua sembra quasi un museo!” esclamai con voce stridula.
Il vecchio ne sembrò molto compiaciuto. “Sì, si vede proprio che lei ha buongusto.”
Tornò a farsi vicino, dimenticando l’ira. Decisi di giocarmi il tutto e per tutto mentre lui si attaccava col corpo al mio braccio, costringendomi a reprimere un brivido.
“Certo ma…”
“Ma?” domandò lui, alzando un sopracciglio.
“…è tutto qui?”
A quella domanda si scostò appena e la furia sembrò saettargli negli occhi.
Corsi ai ripari. “Non mi fraintenda: qui è meraviglioso ma… non sono una grande esperta, però sono sicura che un collezionista come lei avrà dei pezzi ancor più rari, più unici di questi. Un tale uomo non potrebbe non averne!”
“Cosa vorrebbe dire, signorina? Cosa ne capisce, lei, di arte?” mi chiese, offeso.
Mi irrigidii a quell’affermazione. Sudavo nel mio cappotto. Mi passai la lingua sulle labbra, istintivamente. “Intendo dire che un’estimatore come lei sicuramente avrà una collezione ancor più magnifica… Ha ragione, io non capisco nulla di arte. Sono anche una donna, e noi donne, si sa, siamo creature così… umorali. Non la capisco, l’arte, ma mi emoziona e, nonostante la bellezza, fra queste opere non ho visto nulla che mi sconvolgesse, che mi rendesse estatica…” 
Non sapevo neanche più che stavo dicendo, nel tentativo di toccare le corde giuste. Il mio sforzo però sembrò sortire effetto.
Mr. White si rilassò e passò nei suoi discorsi alla sua collezione, ai sui pezzi migliore. Feci del mio meglio per guardarlo rapita ignorando l’olezzo blu persistente che sembrava circondarci.
Se fossi riuscita a conquistarmi la sua fiducia, se solo fossi riuscita a vedere l’Escher, magari a scattarne una foto… sarebbe stato abbastanza per sporgere una denuncia, per ottenere una perquisizione, e far così ripartire l’indagine sulla tua sparizione, mia Blanche.
Non posso, non voglio credere che tu, per mano di quest’uomo, in chissà quale modo… no, no! Dev’esserci un’altra spiegazione. Sarai fuggita, forse sei dovuta sparire, per proteggerti. Eri sempre in ansia, la tua valigia era sempre pronta e, quel giorno, è sparita con te… no, lo so, ne sono certa. Tu sei viva e io ti troverò.

Nascondendo il mio odio cercai nuovamente di intromettermi nelle sue vanterie: “Ma è incredibile! Ah, quanto adorerei vederlo!” esclamai con un filo di voce, come una bambina innamorata sussurra a un poster sul muro. Che schifo.
Il vecchio, però, questa volta resistette. Sembrava combattuto. Alla fine, il desidero di mostrare la sua collezione proibita, forte quasi quanto il mio di vederla, lo fece capitolare, e così mi disse: “Visto che è un’anima così brillante, potrei effettivamente mostrarle qualche mio pezzo unico.” E, così dicendo, si alzò di scattò, gli occhi ormai palesemente pieni di desiderio mentre mi porgeva il braccio grinzoso ma ancora forte, per accompagnarmi verso un’altra destinazione.
Così mi alzai, dopo essermi sistemata con esagerati gesti la gonna e, strattonata più che guidata dal padrone di casa, fui condotta, non senza terrore, verso l’interno della casa.
Prendemmo una porta posteriore e attraversammo un corridoio di un terribile verde pisello. Compresi così che quell’uomo, oltre che ossessionato dalle tinte scioccanti, non doveva avere il benché minimo senso estetico. Il corridoio era costellato di quadri ma, trascinata avanti in quel modo, pur con tutti i tuoi insegnamenti, non seppi riconoscerne nemmeno uno. Sul vecchio parquet il battere del mio tacco 12 suonava assordante e meccanico assieme, come stessi pigiando i tasti di una gigantesca macchina da scrivere.

Finalmente, Mr. White si fermò davanti a una porta di rovere scuro, che spalancò rumorosamente.
“Si accomodi e ammiri!” tuonò tronfio, quasi spingendomi all’interno, per poi seguirmi e richiudere, notai con angoscia, la porta a chiave dietro sé. Istintivamente arretrai, portando le mani dietro la schiena ed estraendo da una tasca nascosta lo spray al peperoncino, tenendomi pronta a spruzzarglielo addosso. Lui però non si fece avanti ma, con un sorriso estasiato, si voltò verso una parete ed esclamò: “Guardi: che opera incredibile!”

Solo allora notai che eravamo nel suo studio, uno studio in rosso, di un rosso intenso, carminio, e che lui era lì, quasi a guardarmi e prendermi in giro. Era davvero lì! Quel vecchio ingordo e arrogante aveva messo l’Escher rubato proprio al centro della parte posteriore di quello studio pacchiano! Quasi non riuscivo a crederci.
“Ecco”, esclamò soddisfatto fraintendendo la mia sorpresa, “questa sì che è un’opera da dare i brividi! Lei ne capisce, signorina, mi creda. Badi, acquistata a un prezzo stellare, ma ne è valsa la pena. Non le dirò quanto, ma si parla di sei zeri. Conosco persone che sarebbero pronte a tutto pur di avere un pezzo simile…” concluse con fare chioccio e con grandissima, falsa modestia.
Realizzai che avevo bisogno di una chance, un’occasione per fotografarlo. Ripresi il controllo di me, strinsi lo spray in una mano e con l’altra presi la microcamera portatile, sempre tenendo le mani dietro me.
Avanzai, quindi, civettuola, verso lui. Ero davvero pronta a tutto. Mi portai dietro il vecchio, che mi osservava incuriosito e compiaciuto assieme e, con un gesto il più rapido possibile, gli gettai le braccia al collo, le mani ben oltre la vista dei suoi occhi. Il mio intento era chiaro: avrei finto di volerlo sedurre, baciare persino e, non appena scattata una foto o due, l’avrei inondato di spray al peperoncino, per poi fuggire il più velocemente possibile da lì, dritta al commissariato.
Purtroppo avevo fatto male i conti, sottostimando sia la forza che la libido del vecchio. Mentre lo guardavo negli occhi, pronta a lusingarlo e a scattare insieme, lui si divincolò, spingendomi verso la poltrona in pelle nell’angolo. Subito sopra di me, occhi e lingua di fuori.
Nel panico e nel terrore la macchina mi cadde di mano.
Strinsi freneticamente lo spray ma non riuscivo, non riuscivo a portarlo verso il suo volto, mentre con l’altra mano ne allontanavo la faccia… che ti aveva fatto, Blanche?

In quel preciso istante, salvifica, la porta dello studio si spalancò. Il maggiordomo, urlando, si precipitò all’interno.
Dalla testa ai piedi era macchiato di vernice blu, rossa, verde… quasi una moderno Arlecchino della Commedia italiana.
“Donald, Donald, è la fine! L’inchiostro, l’inchiostro, presto!”

Sì! Forse ero salva! Qualunque cosa stesse accadendo, era di tale portata da spingere il vecchio a mollarmi e scattare in piedi con una furia indicibile, mentre afferrava, scuotendolo, il vecchio maggiordomo dalle spalle – lui, tanto più basso. Sarebbe stato quasi comico, non fosse stato per il momento.
In un attimo, però, ripresi lucidità. Mentre il vecchio urlava qualcosa di incomprensibile mi sporsi sulla poltrona, afferrando la mia camera caduta. Era la mia occasione.
Osservandoli con la coda dell’occhio, discretamente, puntai la camera verso il quadro, feci per scattare…
“Dobbiamo andare, non c’è più tempo!” urlò improvvisamente il vecchio maggiordomo.
“Aspetta!” gli rispose l’altro.
Mi immobilizzai, come in preda a un presentimento.
Il vecchio, con due occhi da pazzo, mi guardò fisso per un attimo per poi urlare ancora: “Ha visto troppo! Prendila!” 

Così i due mi furono addosso, prima che potessi provare a reagire e, mentre il vecchio mi bloccava per le braccia, impedendomi di rialzarmi, il maggiordomo mi cacciò un lurido straccio in bocca, impregnato di quell’odore nauseante che quasi mi fece perdere i sensi.

No, non ero salva. Ero condannata.
Almeno, pensai prima di perdere i sensi, avrei finalmente saputo cosa ti era successo davvero, Blanche, amore mio.

Vincenzo


0 commenti

Lascia un commento

Avatar placeholder

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *