Durante il tè delle cinque, nella villa del signor White si inizia a sentire uno strano odore provenire dalla cucina…

In uno strano turbinio di emozioni si era staccato dal resto della folla che popolava la villa, pensando alle ultime ore che aveva passato in una lunga solitudine fatta di tagli alle braccia e ciocche di capelli strappate.
Niente di cui si fosse accorta sua moglie, e tuttavia niente di così offensivo da riuscire a porre rimedio alle ferite dell’animo e della psiche, che necessitavano del dolore fisico per equilibrare la somma delle disgrazie che gli stavano capitando da quando non riusciva più a fermarsi con quel maledetto vizio – e cazzo se ci aveva provato a smettere, ma sempre invano – e quindi perché non provare a darsi un colpo finale, nello scenario semplice della festa con gli amici di una vita; che poi amici non erano così tanto, se non erano mai riusciti a vedere il problema, comprenderlo e a stargli accanto.

Sentiva da giorni uno strano malessere contorcergli lo stomaco: erano le parole non dette, gli “aiutami” morti in gola e mai espressi, gli occhi tristi abbassati per non essere visti dagli altri e i pianti sotto la doccia nascosti alla moglie (ma soprattutto dalle figlie) che lo portavano ad accusare gli altri di essere lontani.
Sì, gli altri, distanti, nelle loro ville più belle della sua, con i figli più bravi dei suoi, con le aziende più ricche della sua, con le mogli più belle della sua. White, l’ultimo in ordine alfabetico in ogni classe del paese, dalle elementari al liceo, l’ultimo nella vita, in una perenne competizione con i suoi amici. Io, in tutta onestà, avevo sempre nutrito una forte stima nei suoi confronti, soprattutto per come era riuscito a scappare da una situazione familiare molto difficile e avere una bella famiglia e una grande casa.

Mentre camminava verso la cucina, ripassava mentalmente le azioni da compiere in rigoroso ordine per mettere in atto il piano che aveva elaborato nelle due settimane di ferie in cui aveva mandato la moglie con le due piccole in un ranch nel Montana a praticare equitazione: era rimasto a casa con la scusa di dover completare dei piccoli lavori qua e là, come cambiare le piastrelle della doccia, il piano cucina e le tegole del tetto. Effettivamente per un paio di giorni era andata così, gli avevo pure dato una mano con le piastrelle un sabato mattina e mi aveva parlato in maniera annoiata di questa festa: anzi, era molto dispiaciuto per non avermi invitato, ma era anche inevitabile dopo che le nostre mogli avevano litigato al consiglio scolastico.

Entrando in cucina, White iniziò a toccare ogni piano e ogni cosa presente: caddero dalle mensole molti oggetti. Il frastuono di posate e cocci richiamò la moglie e qualche invitato in cucina, e lì quell’odore si fece forte e chiaro: forse era già troppo tardi per gli altri, mentre White usciva sul retro.

Quella sera avevo deciso di leggere un libro di Jack London davanti al camino acceso.
Verso le otto andai a bere un bicchiere d’acqua in cucina: dalla mia finestra vedevo gli invitati a casa di White ridere e un po’ mi dispiacque di non essere lì presente. Lo vidi uscire dalla porta di servizio della cucina a passo sostenuto, perciò aprii la finestra e gli feci un cenno con la mano, a cui lui però non rispose.
Dopo pochi istanti si era seduto in mezzo alla neve, con la testa tra le mani.

Volevo uscire a parlargli, ma l’unica cosa che riuscii a vedere fu una forte luce rossa e arancione e gialla e poi un forte scoppio.

Solo quando andai a trovarlo in carcere seppe spiegarmi il perché.

Davide


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