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C’è stato un periodo della mia vita in cui fumavo tante, ma proprio tante, canne. Era un periodo felice, ancora avevo tempo per fermarmi coi ragazzi di Rivoluzione Studentesca Unita, scambiavo idee e spesso andavo ai loro incontri, sperando veramente nella rivoluzione proletaria. A casa nessuno sapeva nulla, a parte mio fratello Gianmario.

Una sera eravamo ad una grigliata con molti suoi amici, che poi sono anche miei visto che abbiamo solo un anno di differenza, e bevemmo molto. Così tanto che, mentre parlavamo di politica – strano che avvenisse quando ero presente – mi definì come una puttana ottimista e di sinistra. Tra la puttana e la citazione di Dalla prevalse la seconda, così non lo presi a pugni in faccia. Gim non diceva nulla ai miei perché quando avevo un po’ di fumo gliene lasciavo qualche grammo in un sacchettino che mettevo dentro ad un paio di calze rosse che mai aveva messo.

La prima volta che mi feci una canna avevo 20 anni ed ero al secondo anno di lettere. Eravamo al circoletto e stavamo discutendo della crisi di Sigonella, ancora me lo ricordo. Ovviamente inspirai male e sputai un polmone. Nel tempo però migliorai così tanto da non voler più dipendere dai miei compagni del circoletto per fumare. Un giorno quindi chiesi a Marx dove poterla prendere e lui mi promise che me lo avrebbe mostrato. Marx in realtà si chiama Marco, era molto basso e indossava sempre un lungo giaccone verde, anche quando a Bologna non tirava un filo d’aria e sotto le torri c’erano 40 gradi. Adesso quasi schiferei un ragazzo che emette certi olezzi, ma a quel tempo ne ero ammaliata.

Qualche giorno dopo, alla fine dell’incontro al circoletto, Marx mi prese sottobraccio e mi trascinò fuori di corsa “Altrimenti il fornitore chiude”. Corremmo per un centinaio di metri, poi si fermò davanti ad un’insegna di un fruttivendolo ed entrò, lasciandomi fuori. Protestai mentre varcava la soglia “Te mi avevi fatto una promessa! Non voglio la frutta!”

Dopo un paio di minuti Marx uscì con un sacchetto di carta marroncino. “Spero che ti vadano di traverso, qualsiasi cosa sia”. Mi lanciò una mela, “Mangia, poi ti faccio vedere”. Ci sedemmo su una panchina al Cavaticcio e mi mostrò l’interno della busta: c’erano cinque sacchettini trasparenti con dentro erba. “Una è per te, fanne buon uso”.

Quell’erba finì velocemente, tanto era buona. Così a inizio novembre tornai davanti a quel negozio, indecisa se entrare o meno. Il fruttivendolo stava parlando con una signora anziana. Era un omaccione con l’aureola nera e grigia. Indossava una camicia a quadri e un grembiule verde. Aveva un vocione che sentivo fin da fuori. La vecchina rideva di gusto, si vedeva. Decisi di entrare e mi guardai attorno. C’era una quantità di mele incredibile. Rosse, gialle, verdi, rosse e gialle, gialle e verdi, tutte accatastate in piccole piramidi le cui costruzioni potevano aver richiesto un notevole talento e tanta, tanta pazienza. Appena la vecchina uscì, mi richiamò.

“Sei l’amica di Marx?” 

“Sì, buongiorno signo…” 

“No. Bambina, dammi del tu. Mi chiamo Tomaso.”

“E io sono Anna”

“Bene, Anna. Andando in giro con Marx non posso non fidarmi di te. L’ho cresciuto io, praticamente. L’unica cosa che non mi ascolta è togliersi quel giaccone, faglielo capire te”

Io ero un po’ imbarazzata e lo guardai per qualche secondo, per fargli capire che non ero troppo in vena di conversare della mia cotta. Allora riprese a parlare lui:

“Dimmi un po’, te, immagino perché sei qui”

“Erano molto buone le mele di martedì scorso”

A quella mia frase iniziò a ridere di cuore “AH! Immaginavo. La qualità è il mio forte, sai, bambina?”

Prese in mano quattro mele, una per colore, ma gli chiesi di non darmi quelle verdi, che sono troppo aspre per me. “Si vede che sei ancora bambina, Anna. Vedrai che inizieranno a piacerti.” Pagai le 500 lire e me ne andai, senza chiedere esplicitamente nulla, forse troppo impaurita dall’espormi a quell’omaccione.

Aprii la porta ed il campanellino iniziò a suonare. “Te, Anna, dimentichi nulla?” Mi girai e lui mi fece l’occhiolino. Camminai verso il bancone e lui tirò fuori una bustina trasparente da una tasca del grembiule. “Bambina, non farti problemi. Questa è compresa nelle 500 lire.”

Sorrisi e un po’ arrossii, presa in pieno. “Sai quante bambine come te ho visto in dieci anni che sono qui? Ormai vi leggo nel pensiero” Si girò verso il tavolo da taglio, prese un coltellaccio e iniziò a pulire i cavolfiori. “Ci vediamo settimana prossima, bambina”. Era fatta la bazza, oramai ero sua amica.

Così uscii dal negozio di Tomaso per la prima volta nella mia vita. Ci andai abitualmente fino al 1993, passando dalla caduta del muro di Berlino, alla caduta dell’URSS, alla guerra del Golfo e arrivando agli insulti ad Andreotti. Tutto attraversato al circoletto, passandoci tra compagni le canne fatte con l’erba di quel fruttivendolo bonario.

Tomaso chiuse il suo negozio nel 1992 per trasferirsi in Romagna. Ha aiutato il figlio per anni nella sua piadineria, rifiutando la fine da umarell. Fino al 2014, anno della sua morte, passavo dal negozio una volta all’anno per parlare con lui e rievocare gli anni più bella della mia vita, oltre che avere un’opinione sui fatti più importanti da un vero comunista, di quelli che adesso non ce ne sono più.

Questa mattina ho comprato il Carlino e ho visto un sottotitolo “Il ministro degli esteri Di Maio”. Ah, se potessi avere una canna di Tomaso.

Davide


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