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L’Old England Pub era pieno all’inverosimile. Di uomini, prevalentemente, uno vicino all’altro, senza mascherina. Ennesima bottiglia di birra in mano, guardavano tutti lo schermo del televisore posizionato in alto. E la partita doveva ancora iniziare. Sammy entrò trafelato, e stentò a riconoscere in quegli esseri che sfoggiavano la Union Jack come un manto regale, euforici, sicuri di sé, i suoi compaesani messi in ginocchio dalla Pandemia. Mr. Jones stava a petto nudo, sulla pancia a forma di palla si era dipinto la croce di San Giorgio, sulla faccia tonda e barbuta e sui seni opulenti dei simboli celtici. Ed era uno dei tifosi più sobri. Riconobbe Sammy e lo salutò con calore. Lui rispose con imbarazzo al suo capufficio. Il padre ed il nonno del giovane erano già seduti e attirarono la sua attenzione con un cenno. Per fortuna loro erano vestiti normalmente: nonno Sam portava sul capo il suo berretto della domenica ormai secolare, mentre suo figlio, Sam Junior, per l’occasione aveva tirato fuori dall’armadio una delle camicie cucite su misura che si era fatto fare quando era uno yuppie della City di Londra. Era la prima volta da un anno e mezzo che i tre uomini si riunivano al pub, per una domenica di estout, sport in tv e chiacchiere. Sammy ricordò fra sé le domeniche della sua prima giovinezza passate così, con gli amici, con la famiglia, quando la nonna era viva e il nonno gli sembrava un dio saggio e infallibile. Si era allontanato, Sammy, aveva rinunciato alla parte più vera di sé per “farsi una carriera” e tutti i suoi sforzi, tutti i suoi sacrifici, erano stati spazzati via nel giro di qualche mese dallo smart working. A metà della sua vita era allo stesso punto di quando era un ragazzino. Ma quella sera suo padre non glielo faceva presente. Quella sera suo padre riusciva a stare gomito a gomito con il vecchio genitore senza rinfacciargli “quella puttana che ti sei preso” e una litania di spese ed errori. Quella era una sera speciale. Lizzie, la figlia del barista, cominciò a passare tra i tavoli con un cestino per raccogliere le scommesse. Gli occhi di Nonno Sam si accesero.

“Li avete i soldi, ragazzi?”

Sam junior e Sammy gli passarono due fasci di banconote, che finirono nel cestino della bella Lizzie. Niente litigi, niente recriminazioni tra loro, per una sera. Una sera storica, in cui, per la prima volta dopo cinquant’anni, l’Inghilterra avrebbe vinto gli Europei di calcio, schiacciato quei pidocchi degli italiani e salutato con un bel dito medio metaforico l’Unione Europea. Era una sera di festa dopo miseria e morte. E prima di un altro periodo di merda, anche se nessuno osava dirlo ad alta voce. Sammy si tolse la giacca, rimanendo in polo bianca, e ordinò a Lizzie un’altra birra per non pensare al denaro gettato.

“Era una bella cifra, papà” si limitò ad osservare Sam Junior con voce neutra.

Le due squadre entrarono in campo. Tutto l’Old England Pub scattò in piedi, mano destra sul cuore e sinistra sulla spalla del vicino, per intonare l’inno nazionale come conferma e speranza, di essere ancora sudditi di un onnipotente Impero Britannico. Nonno Sam bevve e strizzò l’occhio a figlio e nipote.

Cristina


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