Costruisci un racconto che si concluda con la frase: “…uscì dalla casa d’aste con 500mila euro in più nella tasca e la soddisfazione d’aver venduto un falso.”

L’arte.
L’arte è qualcosa di talmente soggettivo e vasto che è impossibile definirla.
Dirò semplicemente che era la grande passione di una vita, il mio ossigeno in un’asfissiante monotonia.
Stare davanti a un’opera, per me, era come tornare a respirare dopo una gara a chi trattiene di più il fiato, come un sospiro dopo un esame, come la soddisfazione dopo aver finito un libro. Era come quando resti affascinato dalla televisione dove vedi qualcuno fare uno spettacolare salto mortale, come quando vedi l’alba, come quando… come quando guardi un bel quadro.
Le gallerie d’arte erano la mia casa, la mia dimora.
Insomma, per me l’arte era tutto ciò che più conta nella vita.

Anche le simmetriche e opprimenti sbarre del carcere mi sembrano arte, ormai.
Non respiro più, queste sbarre mi stringono forte il collo e, ogni giorno sempre più paonazzo, spero che quella morsa infernale si allenti, ma stringe sempre più forte.
L’unico sollievo è ricordare.

Non sono uno di quelli che “è successo tutto così in fretta, ho commesso uno sbaglio senza nemmeno rendermene conto”. No. Ho fatto tutto nel modo più deliberato possibile, ed è stato maledettamente divertente vendere un falso.
Il motivo? Una plausibile spiegazione per un atto talmente rischioso e illegale? Il mio motivo non era il denaro, non l’ho fatto per amor di qualcuno e nemmeno per odio. Era qualcosa di molto più banale e umano: il brivido e, soprattutto, la fama.
Fama: sostantivo femminile che indica un’eco durevole di ammirazione o di consenso; così dice il dizionario.
Volevo questo.
Come un po’ di merda in una scatola aveva avuto successo, lo volevo anche io, come una stanza vuota con una sedia storta al centro aveva avuto successo, lo volevo anche io.
Certo, il titolo di più grande pataccaro della storia non era il tipo di fama che desideravo, ma a me importava d’essere conosciuto.
Alessio Moretti doveva essere sulla bocca di tutti.

Partendo da questo presupposto (il mio voler essere famoso), c’erano alcune condizioni insormontabili: primo – l’arte era la mia vita, perciò era quello l’ambito in cui mi sarei cimentato; secondo – ero un pessimo artista.
Potevo fare solo una cosa: diventare i più grande consulente d’arte italiano.

La farò breve: un riccone sfondato mi assunse come suo consulente e feci mucchio di soldi, perché ero maledettamente bravo nel mio lavoro.

Moretti sa quello che fa, è bravo nel suo lavoro, adoro i quadri che vende.

Stava andando tutto bene.
Fino a quando uno di quei bastardi ammaliatori mi convinse che se avessi venduto quel falso fiammingo del Seicento avrei guadagnato una fortuna e fama internazionale.
Lo feci.
Sbagliai, certo, accecato dalla voglia di essere conosciuto, ora lo so.
Ma nessun rimpianto e nessuna sbarra cancelleranno mai la sensazione che provai quando uscii dalla casa d’aste con 500mila euro in più nella tasca e la soddisfazione d’aver venuto un falso.

Arianna Bordogna


0 commenti

Lascia un commento

Avatar placeholder

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *