Costruisci un racconto di paura che contenga i seguenti elementi:
luogo – una strada di montagna innevata;
psicopatia dell’assassino – soffre di personalità multiple;
oggetto di scena – un crocifisso;
numero di morti – quattro.

Adoro sciare! Aspettavo questo weekend in montagna da tempo.
Questa volta ho deciso di partire da sola, mi aspetta un accogliente chalet col camino acceso, una calda coperta di lana e la mia tisana al tiglio. Non vedo l’ora di arrivare.
Certo che questa strada è davvero tortuosa, e tutta questa neve, meravigliosa, certo, non aiuta. Si è fatto anche buio.
Accidenti, non dovevo partire così tardi, ma quel cliente ha preteso che mi occupassi della sua pratica fino alle otto.
Spero di non trovare nessun blocco sulla strada.
Oh, no! Ho parlato troppo presto!
Cos’è quel cumulo di neve? E adesso che faccio? Alle undici di sera, in mezzo al nulla!
Calmati, Laura, respira. Prendi i doposci nel bagagliaio ed esci a controllare la strada. Magari una soluzione la trovi. Coraggio.
Certo che non si vede niente… sta anche anche ricominciando a nevicare…
E quello chi è?
C’è un tizio sul ciglio della strada. Probabilmente è rimasto anche lui bloccato dalla neve. Scendo a chiedergli aiuto? E se fosse un malintenzionato?
Non so che fare. Comincia a salirmi l’ansia. Ma non posso rimanere in macchina.
«Mi scusi, buonasera, non so come rimuovere tutta questa neve e avrei urgenza di ripartire. Purtroppo il cellulare qui non prende. Lei per caso ha modo di avvisare qualcuno, la polizia? MA… COSA?!»

Sono all’ospedale, viva per miracolo, ma viva. Ancora non mi sembra vero d’essere qui e di poter raccontare.
Il ricordo di quell’uomo mi ossessiona, ancora mi perseguita.

Dopo essere stata colpita con violenza con un oggetto pesante e spigoloso (che solo più tardi ho scoperto essere un vecchio crocefisso in ferro), ho perso conoscenza.
Quando ho ripreso i sensi mi sono ritrovata legata ad una sedia, senza alcuna possibilità di muovermi, un dolore atroce alla testa; ho presto capito di trovarmi in una piccola castagnaia, gelida e maleodorante.
L’uomo era seduto davanti a me e mi guardava fisso, una luce inquietante nello sguardo. Teneva in mano il crocefisso e lo agitava, senza parlare, tracciando segni nell’aria muta.
Era un uomo corpulento, scuro nei tratti e negli abiti. Si è alzato e si è diretto verso di me, col crocifisso. Camminava lentamente. Mi osservava.

«Cosa vuoi da me?» chiesi, tremando.

«Tu sei la quinta, oggi. L’ultima. Cinque è il numero perfetto. Il mio preferito. Io ho quattro fratelli. Quattro, più me: cinque. Ora sono uno. Non ci sono più, ora. I miei fratelli. Sono solo. Siamo in cinque. Cinque. Cinque devono morire.»


«Ma, ma che stai dicendo? Ci sono solo io, qui. Dove sono gli altri quattro di cui parli?»

A quel punto – era davanti a me – ha alzato il crocifisso, come per colpirmi.
Ho urlato terrorizzata.

Lui all’improvviso si è fermato. Mi guardava come stupito: lo sguardo si è addolcito. Con fare amorevole e premuroso, e con una voce completamente alterata ha abbassato il crocifisso, dicendo:
«Scusa, a volte fa così. Ma non vuole farti del male.»
Mi ha slegata, mi ha massaggiato i polsi e con fare materno mi ha abbracciata.
«Vieni», mi ha detto, «ti faccio vedere una cosa. Là, sulla collina. Ho quattro fratelli. Siamo in cinque. Cinque è il mio numero preferito. Loro dormono sulla collina. Fa freddo, sulla collina.»
Qualche metro più avanti, al limitare del bosco, stavano quattro cumuli di terra fresca e spruzzata di neve; su ogni cumulo, una croce.
«Vieni a conoscere i miei fratelli, dormono sulla collina. Fa freddo, sulla collina.»

Fu allora che mi misi a correre.


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