Fatti ispirare dall’immagine e scrivi un racconto, una riflessione, una poesia.

Ti ho vista per la prima volta al bancone del bar.
Non so se sono stati i tuoi occhi lucidi, non so se è stato il troppo vino che ho bevuto per consolarmi.

Come ci siamo finite in questa situazione?

Mi avevano detto: “Non lo puoi sposare!” e a dirlo non erano stati i miei e neppure i suoi, ma lo Stato.
Il tuo Stato che dice chi può diventare tuo marito e chi no.

Ero arrabbiata. Avevo chiuso casa ed ero scesa al bar dopo l’ennesima mail scritta al consolato del mio Stato nella sua nazione per convincerli a rilasciargli un visto, anche provvisorio. Risultato: un nuovo schiaffo morale.

Tu eri lì con quel drink tra le mani; il ghiaccio aveva cominciato a sciogliersi, annacquandolo. Avevi il mascara secco colato sulle guance, mischiato alle lacrime.

Non ti ho subito prestato attenzione, presa com’ero da me e dai miei problemi. Solo dopo aver buttato giù un calice di rosso ti ho vista per davvero. Notavo la tua immobilità e il ghiaccio ormai sciolto nel tuo drink intonso.

“Parlaci!” ha quasi ordinato una voce dentro di me.

Scoprivo così il tuo nome, e che preferisci essere chiamata Lucia perché Gertrude Lucia è stato uno scherzo di pessimo gusto da parte di tua zia, che in quel momento ti stava forzando a entrare in convento per rafforzare la tua fibra morale e darti un vero scopo nella vita.
Mi raccontavi della tua comunità e che se non ti fossi fatta suora ti avrebbero costretta a sposare un uomo che non conoscevi.

Mi dicevi, con entusiasmo, che per te una lampadina che si accende è un miracolo, che i nuovi vestiti ti facevano sentire così libera e che coi capelli sciolti a solleticarti le spalle sembravi più giovane.

Ho ordinato da bere per entrambe, parlandoti del mio amore lontano, e tu hai esclamato: “Siamo entrambe prigioniere! Vorrei poter fuggire con te…”
Io mi ero protratta verso di te e ho sussurrato in risposta: “Possiamo!”
Sfiorandoti la guancia, ho aggiunto: “Tu da domani non tornerai mai più alla tua vita e io smetterò di scrivere ai consolati.”

Indietreggiavi sotto il mio tocco e mi squadravi per capire se fosse una cosa normale, ma avevamo capito da subito entrambe che tra noi nulla sarebbe stato normale.

Giorni dopo, scherzando, ti dicevo che se ci fossimo sposate sarebbe stato un modo per esserci sempre l’una per l’altra e tu, serissima, mi sorprendevi rispondendo: “Facciamolo, e poi fuggiamo lontano!”

Mesi fa non avrei mai creduto che lo avrei fatto davvero, ma a te non sono mai riuscita a dire no.

Ora viviamo felici a Pescarenico, nella vecchia casa di mia nonna, e tutte le mattine mi sveglio con il sapore di un tuo bacio, morbido e dolce come il profumo delle paste sfornate dalla panetteria che abbiamo sotto casa.
In questo tuo gesto quotidiano ritrovo il sentimento trasparente che ci lega, trasparente come l’acqua del lago che ammiriamo dalla nostra terrazza.
Io ti sorrido e tu mi dici: “Grazie, Lorenza, per avermi salvata.”

Alice


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