Trasforma un incubo in un sogno di mutismo a lieto fine, avendo cura di inserire nel racconto tre elementi imprescindibili della dimensione onirica: un assurdo, un paradosso spazio-temporale e la presenza di un personaggio improbabile e avulso dal contesto.

Milano, dicembre 2019.

“Buongiorno, fiorellino.”
“…”
“Buongiorno, fiorellino.”
“…”
“BUON-GIOR-NO-FIO-REL-LI-NO!”

Gertrude non rispose, sdraiata davanti a una folta massa di spighe su cui si era addormentata con Elvezio durante un afosamente caldo pomeriggio estivo: la temperatura toccava picchi mai sentiti prima, pure gli anziani dicevano che mai il Lambro era stato così secco.
Elvezio, deluso per essere rimasto inascoltato, si alzò e indossò pantaloni e camicia, scese al piano terra del fienile per prendere una mela dal tavolo: l’avrebbe divisa con Gertrude appena si fosse svegliata.
Durante la discesa inciampò in un gradino e capitombolò colpendo tutti quanti i ventidue pioli rimanenti, spaccandone pure un paio, e facendo un rumore pari ad un colpo di cannone, ma niente, Gertrude non si svegliò. Zoppicando, Elvezio uscì dal fienile e si avvicinò al mulino abbandonato. In lontananza vide due figure a cavallo: saranno le guardie, in cerca di coloro i quali non rispettano il lockdown imposto da don Giuseppe per abbattere i contagi da peste.
Gertrude ed Elvezio, da amanti viscerali quali erano, non potevano proprio non vedersi per due mesi: se avessero rispettato le regole redatte dal comitato tecnico-scientifico, nessuno sarebbe potuto uscire dal proprio comune e come avrebbero fatto i due a vedersi, abitando uno a Seregno e l’altra a Vedano al Lambro? Per questo avevano deciso di scappare in un vecchio fienile abbandonato dello zio di Elvezio, in mezzo a un infinito campo dove i controlli sulla popolazione erano molto più blandi.

Le guardie arrivarono di fronte ad Elvezio, il quale, saltellando sul piede sinistro, entrò nel mulino: doveva trovare un modo per liberarsi dei due disturbatori. Il portone aveva una serratura di marmellata: con qualche spinta di spalle i due omoni riuscirono a sfondarlo: ora Elvezio era alle strette, l’unica via di fuga sarebbe stata lanciarsi dalla finestra.

“GERTRUDE!”
“GERTRUDE!”
“GERTRUDE!”
“Chi sei? Cosa ci fai qui? Hai un’autocertificazione?”
“Sono Elvezio! Questa proprietà è di mio zio, sono qui legalmente!”
“Rispondi, pezzente!”
“Prendilo, prendilo!”
“Stai fermo, hai per caso la peste? Hai fatto il tampone prima di uscire di casa?”
“Sì, l’ho fatto!”

Le due guardie presero Elvezio per le braccia e lo sollevarono: la sua bassa statura non gli consentì di opporre resistenza all’intemperanza poliziesca.

“GERTRUDEEEEEEEE! Vi prego liberatemi, sono sano! SONO SANO!”
“Ma quest’uomo è muto? Muove la bocca a caso, che sia scappato dal manicomio di Mombello?”
“Non saprei, potrebbe darsi. In ogni caso mi sembra pericoloso, meglio portarlo in un lazzaretto.”
“NO! NO! NO!”

Ma le sue parole erano vane: nessuno lo sentiva. Nessuno poteva capire cosa stesse provando a dire.

I tre stavano per uscire dal mulino quando la porta si spalancò.
Un alone di luce inondò tutto lo spazio e le due guardie, seppur accecate, non fecero scappare Elvezio.
Da quel tutt’uno di fotoni ad alta energia uscì un uomo.
Aveva i capelli ricci, uno strano abito sgangherato composto da: una camicia gialla, un papillon a pois e una giacca a fantasia scozzese di color bianco, rosso e nero. Fece un passo avanti a braccia conserte e disse:

“Buon pomeriggio, sono Massimo D’Alema.”

Le guardie rimasero sbigottite dall’aura mistica di quell’uomo proveniente da chissà dove e chissà quando e si chinarono al suo cospetto imitati da Elvezio.

“Ma no, ma no, cosa fai? Non devi inchinarti, sono il tuo avvocato. Mi ha mandato tuo zio, sono venuto qui a far sparire le guardie che ti perseguitano… però non sono sparite, cazzo. Aspetta che ci riprovo.”

L’uomo uscì dalla porta e la chiuse; dopo qualche istante la riaprì inondando ancora di luce il mulino:

“Buonasera, sono Barack Obama.”

Nello stesso istante uno squillo di campana spezzò a metà la frase e Barack Obama (ovvero Massimo D’Alema) mise la mano nella tasca dei suoi pantaloni, cavandone un piccolo aggeggio grigio: “Non ci credo, ci hanno preso al Bagaglino!”
Le guardie svanirono nel nulla e Barack/Massimo porse una borsa di pelle ad Elvezio: “Bevi quello che si trova al suo interno, è una pozione magica che ti farà tornare la voce. Così andremo in giro per il mondo col Bagaglino!”
Elvezio prese una piccola ampolla all’interno della sacca, la bevve e sentì un gorgoglio nella gola.
Subito esclamò: “Troooooooppo frizzante questa bevanda!”

“Edoardo, svegliati! Ti stai pisciando addosso!”
“Maremma, oh, ma è domenica, cosa vuoi, Giulia?”
“Ti stai pisciando addosso mentre ridi! Si può sapere cosa stai sognando?”
“Sapessi, c’era Massimo d’Alema, TROOOOOPPO FIGO!”
“Ancora con questo cazzo di Boris? Ti prego, BASTA!”
“No, ma non è tutto, pensa che ho sognato che non potevamo vederci per colpa di una malattia proveniente dall’Oriente.”
“AH! Certo che ne hai di fantasia…”

Davide


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