Trasforma un incubo di mutismo in un sogno a lieto fine, avendo cura di inserire nel racconto tre elementi imprescindibili della dimensione onirica: un assurdo, un paradosso spazio-temporale e la presenza di un personaggio improbabile e avulso dal contesto.

Come in un fotogramma di un film, non so quale, l’autobus è inondato di luce, una luce gialla, insieme calda e insopportabile. Non so come del resto io faccia a vederla, perché, nonostante gli sforzi, non riesco davvero ad aprire gli occhi, sono troppo stanca. 
Tutti gli altri sensi sembrano rimanermi fedeli, compresa poi questa “seconda vista” che mi permette di accorgermi che l’autobus sta percorrendo strade a me sconosciute – ma forse è proprio così che funziona nei film – continuo a ripetermi. 
I colori dominanti sono il giallo e il verde. Non si riuscirebbe a dire dal fotogramma quale sia la stagione fuori, né la temperatura. 

Gli occhi comunque – quelli veri – non si aprono. 

Ciò che forse mi potrebbe aiutare è un urlo potente, di quelli che ti nascono dal diaframma, come gli attori, come i cantanti, ti percorrono tutta ed escono vibranti e sonori dalla bocca.
Apro meccanicamente e sistematicamente la bocca, ma è come se fossi un vaso, un ammasso mal modellato di ceramica che assolutamente non consente alcuno spostamento di fiato e di rumore.

Del resto anche ora, che sto camminando al buio davanti alla Coop sotto casa l’unico rumore è quello dei miei passi e del mio inseguitore. Me l’ha sempre detto mia madre di non tornare a casa col buio l’inverno, e me lo ripete anche adesso che ho ventitré anni, anche se sono vestita di tutto punto e di me potresti solo dire che sono un essere umano, non un’avvenente donna (cosa che sono, ma nascondo). 
E comunque mamma aveva ragione, io urlo ma non sono capace. Non poteva insegnarmi anche questo? Non mi esce nessun suono, non so come farò a salvarmi, anche se ho le chiavi e dalla Coop a casa ci vuole letteralmente un secondo, mi basterebbe solo arrivare al portone e tirarmelo dietro, se solo qualcuno mi sentisse. 

(Mi giro dall’altra parte nel letto). 

Comunque sono arrivata a destinazione, questa è una bellissima biblioteca. Non ero neanche stata invitata, ma non capivo il perché, allora mi sono presentata comunque. La festeggiata, infatti, anche se si chiama Bice, è sempre stata una mia amica. Non ci siamo parlate spesso, ma la ammiro molto perché come me legge tanto, o comunque leggeva, o comunque leggevo. I tempi cambiano, il tempo vola, il tempo cambia. Forse è nel tempo che si è trasformata nell’altra Bice, quella con cui non ho mai avuto un bel rapporto, forse per il suo vizio di esistere in più persone contemporaneamente, o forse a causa di altri suoi dettagli altrettanto spiacevoli, che so, fumare, avere quei denti così sporgenti, non lo so. 

Che poi: chi festeggia il proprio compleanno in una sala completamente di legno scuro, con dei libri antichi, che ha soltanto due pareti e dietro non si sa cosa ci sia? È una domanda che continuo a pormi mentre il mio sguardo si perde nella bevanda di colore rosso aranciato, mentre stringo il bicchiere di plastica rigata quasi fino a romperlo.
Nel frattempo si stanno aggiungendo altri invitati. Alcuni sono già qui ma io non li vedo perché continuo a fissare il mio bicchiere (e per questo posso solo supporre che ormai si sono trasformati in Beatrice). Altri ancora stanno arrivando. 

Uno di questi è Pennywise, la cui immagine in un bel campo di grano sotto la stessa luce giallo-verdognola che illuminava l’autobus sporco della mia stanchezza si alterna a quella della bevanda che stringo nella mia mano. Il rapporto temporale è di 1:1: grano con spaventapasseri – festa; Pennywise che si avvicina – parete di legno con i libri – IT che è allo stesso tempo uno spaventapasseri nel campo di grano – io, bicchiere di legno, Beatrice, Beatrici, libreria.

Il tempo sta per scadere, questo è evidente. 

Ho veramente bisogno di fuggire. È incredibile che questo gigante clown riesca a trovarmi sempre, in qualsiasi circostanza. 

Non c’è neanche bisogno di ricorrere a sofisticati escamotage, come ad esempio correre via più veloce che si può; è sufficiente lasciar cadere a terra il bicchiere (così da regalare alle varie Beatrice un po’ di pulizia), infilarsi dentro una parete dell’antica libreria (che nel frattempo è rimasta l’unica parete) e ritrovarsi all’entrata delle giostre di Piazza della Repubblica a Firenze. 
Come al solito ha piovuto, ma non si vede acqua per terra. A giudicare invece dal cielo terso e l’aria pungente, ci si potrebbe attendere a breve la neve. 

“Bonjour, Bonjour! Tout va bien? Est-ce que tu veux un petit cafè?” 

Finalmente è qui, sorrido. In perfetto stile come al solito, non un capello fuori posto. Le unghie laccate di fucsia, una borsetta che al suo interno potrebbe contenere al massimo un accendino, un cappotto di finta pelliccia (solo io potrei dire che è finta, ci conosciamo troppo bene) e gli occhiali quadrati che riescono a stare su anche senza montatura. È cambiata tanto dai tempi del collegio, quando (persino io!) l’additavo come una secchiona malconcia.
Ci abbracciamo e ci salutiamo in spagnolo, non so se saliremo sulla giostra, penso abbia veramente bisogno di parlarmi. “Lo sai che aspettavo da tanto i tuoi consigli, è un periodo veramente stressante, devi assolutamente volare in America con me.”
La questione dei biglietti aerei è praticamente già sistemata, come al solito, Emma li avrebbe già comprati per entrambi. Faccio il gesto di aprire il portafoglio, ma anche qui mi bloccano una risata e un gesto accondiscendente, magnanimo. 

I problemi riguardano tutti la questione del cagnolino di Emma, che non può salire, del mio esame, che è tra un mese e quindi ho poche ore, poi tutta una serie di circostanze che già sono successe, vedi il controllo in aeroporto dove Emma deve sempre scandire il suo cognome (W-A-T-S-O-N), perché in Italia non capiscono l’inglese e in America è troppo famosa. 

Ma tutto perde importanza quando siamo in aria, e guardiamo allontanarsi quel misto di verde e di cemento fino a quando non diventa un’unica tela espressionista. Allora sì che spero di addormentarmi, e sognare di volare. 

Non importa quanti anni tu abbia, mi ripeto prima di cadere nelle braccia di Morfeo. 

Volare sarà sempre il sogno più bello.

Maria Chiara


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