Trasforma un incubo in un sogno a lieto fine, avendo cura di inserire nel racconto tre elementi imprescindibili della dimensione onirica: un assurdo, un paradosso spazio-temporale e la presenza di un personaggio improbabile e avulso dal contesto.

Mi trovavo accanto a mia cugina mentre lei guidava.
“Tu non sarai mai una scrittrice” stava dicendo mentre l’auto, da piccola e grigia, diventava blu. “Non hai senso pratico, non ti adatti ai cambiamenti, sei una buona a nulla. Non realizzerai mai i tuoi sogni, non sarai mai felice”.
Doveva fare benzina e ci siamo fermate al distributore; le sue luci scintillavano cupe nel grigio della sera, resa ancora più opprimente dalla nebbia che avvolgeva tutto.
Mia cugina era entrata in una zona isolata, quando ha fatto per mettere la retromarcia l’auto è rimasta ferma, il suo cofano rosso era bloccato da un grande elastico/rete.
Il sangue si è gelato nelle vene di entrambe: eravamo cadute nella trappola tesa dal serial killer più feroce e crudele della regione.
Mia cugina è rimasta ferma, io mi sono slanciata sul clacson per scacciare l’assassino e destare l’attenzione dei pompisti. Premevo e premevo, il suono era flebile, impercettibile. Volevo gridare aiuto con quanto fiato avevo, ma la voce non mi usciva dalla gola, nessuno mi sentiva. Il serial killer è arrivato; io e mia cugina non lo vedevamo, ma sentivamo la sua terribile presenza. Reclamava le sue vittime.

“Vai, rimango io con lui” mi ha ordinato mia cugina, e il suo tono non ammetteva repliche.
Piangendo, sono uscita dall’auto, il serial killer non mi ha inseguita, ho cominciato a correre per cercare aiuto, non c’era nessuno e il distributore si faceva sempre più grande e avviluppato nella nebbia. Sono salita su un’auto per andare dalla polizia, ma era in pendenza con il motore acceso senza freno a mano e ho urtato altre auto. In lontananza ho visto un’area verde, con un laghetto enorme e un’isola sull’altra sponda.
Ho fatto per dirigermi lì, e invece stavo correndo nel corridoio della scuola. Dovevo salire tutte e tre le rampe di scale per entrare in classe. Ma come mai ero ancora al liceo se nel frattempo avevo fatto l’università e mi ero laureata? Eccomi con lo zaino in spalla seduta (in ritardo) a un banco con altri compagni. È entrata la professoressa di matematica, sempre quella, sempre odiosa e arcigna, che tanto per cambiare urlava dalla cattedra insulti crudeli. Avevo dimenticato i compiti a casa e non potevo tornare a prenderli. C’era una verifica ma la mia penna non correva sul foglio, né mi ricordavo alcunché degli esercizi.
Dalla finestra ho rivisto il prato con il lago e l’isola. Ho ricordato dove l’avessi visto prima: era il Parco del Ritiro a Madrid. Dove sono andata da sola, ho scoperto cose nuove ed interessanti insieme a persone giovani e simpatiche, e ho superato l’esame di lingua brillantemente.
Il mio posto era lì, dovevo attraversare il lago.
Mi sono alzata e me ne sono andata, mentre l’aula e la scuola rimpicciolivano fino a scomparire, e mi sono ritrovata a superare la superficie d’acqua.
Sull’altra sponda ho incontrato i miei amici di WoW: erano sdraiati su coperte, mangiavano manicaretti, bevevano birra e spritz e parlavano di libri. Mi hanno abbracciata e invitato a sedermi.
“Ti aspettavamo, che bello che tu sia qui! Stavamo per scrivere qualcosa tutti insieme, dei racconti ispirati all’assurdità dei sogni. Hai qualche idea? Ti va di scrivere qualcosa?”
E, con un sorriso, mi hanno dato un foglio e una matita.

Cristina


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