Trasforma un incubo di mutismo in un sogno a lieto fine, avendo cura di inserire nel racconto tre elementi imprescindibili della dimensione onirica: un assurdo, un paradosso spazio-temporale e la presenza di un personaggio improbabile e avulso dal contesto.

Non posso parlare, mi sento un nodo in gola che mi fa venire la nausea e che mi impedisce quasi di respirare. Probabilmente ho esagerato con il pane e le acciughe, ieri sera a cena, ma non capita tutti i giorni di avere in dispensa certi beni di lusso e non sono riuscito a trattenermi, me ne rendo conto a tratti nel dormiveglia quando sono sul punto di svegliarmi, ma poi sprofondo nuovamente in un sonno tormentato da squarci di sogni confusi.

Una capra dal vello nero mi insegue attraverso i campi e io scappo perché so di aver raccolto dei datteri che non erano miei, e temo che voglia portarmi dal contadino suo padrone per denunciarmi (questa è la mia coscienza sporca perché l’ho fatto davvero, l’altro giorno, si vede che anche in sogno cercavo di punire la mia inguaribile golosità). Corro, al rallentatore ovviamente, anche perché la gola serrata non mi fa respirare, e mi volto continuamente per vedere se la capra mi sta per raggiungere. Solo che non è più la capra ma è il contadino, il signor Lucio Fero, anzi è una simbiosi fra i due: una specie di capra eretta che tiene in mano un forcone e ha occhi che emettono fiamme. Apro la bocca per spiegargli che mi dispiace e che gli ripagherò i suoi datteri ma non posso parlare e lui avanza verso di me senza pietà. È la cosa più spaventosa che abbia mai visto (perdonami, signor Lucio!): le fiamme dei suoi occhi mi inghiottono, mi bruciano, sto sudando. Devo urlare, devo assolutamente riuscire a urlare.
Oppure posso fare finta di non avere una bocca né che esista un verbo come parlare né che esista un corpo da sentir bruciare.
A un tratto mi ricordo che se riesco a toccare il corno destro della capra-Lucio potrò esprimere qualsiasi desiderio ed esso diventerà immediatamente realtà. Lo faccio pensando intensamente: “Voglio non avere un corpo per non soffrire più!” e, puff, sparisco.
A questo punto devo aver buttato di lato la coperta nel sonno perché improvvisamente sento una brezza fresca avvolgermi il corpo e infilarsi sotto la mia tunica. Ho di nuovo un corpo e davanti a me c’è un uomo sulla trentina, molto affascinante, dai capelli lunghi e dallo sguardo mansueto come quello di un agnello, che mi rivolge la parola e mi dice: “Amen”.
Io non riesco ancora a capire come mai ho di nuovo un corpo quindi lo chiedo a lui, che gentilmente mi spiega che il solo suo rivolgermi la parola ha permesso che io tornassi in vita. In realtà io avevo già un corpo quando lui ha detto quella strana parola, amen, però nel sogno mi sembra che tutto sia finalmente chiarissimo, quindi lo ringrazio. Lui è gentilissimo, mi prende per mano e mi chiede di raccontargli la mia storia, mentre passeggiamo sulla superficie immobile di un enorme lago. Comincio a raccontargli dell’uomo-capra e a quel punto mi ricordo che il motivo per cui non potevo parlare è probabilmente dovuto all’indigestione del giorno prima; un po’ mi vergogno, ma decido di raccontarglielo lo stesso. Penso che mi rimprovererà, invece ha un’aria mortificata: mi dice che è tutta colpa sua, perché è stato lui a fare una magia per moltiplicare il pane e le acciughe nella mia dispensa. Io a quel punto sono più che mortificato dal fatto che lui si prenda tutta la colpa e facciamo a gara per dire che è colpa nostra più che dell’altro, mentre l’acqua del lago diventa rossa. Andiamo avanti finché lui non dice: “Anche se non è colpa tua voglio prendere su di me i tuoi peccati e andare in croce per te”. Nel sogno so che la croce è una metafora per dire “in villeggiatura”, quindi mi metto a ridere e penso: “Troppo forte questo tipo qui!”
È allora che mi sveglio.

Vedo dei palesi buchi di trama, nella storia, però c’è del materiale piuttosto interessante: il giovane del lago sarebbe un protagonista perfetto, un eroe anticonvenzionale come non se ne sono ancora visti. E poi un uomo-capra ricoperto di pelo nero è perfetto per fare il cattivo! Solo, non potrei chiamarlo signor Lucio Fero, non farebbe paura a nessuno… Vediamo… ecco, Lucifero potrebbe andare! Devo solo inventarmi una storia credibile che spieghi come mai è diventato cattivo.
E poi il mio inconscio ha partorito delle immagini davvero poetiche e pregnanti, come la camminata sull’acqua o la moltiplicazione dei pani e dei pesci… e l’idea della parola che crea essa stessa la vita, puro genio! Basterebbe un tono un po’ profetico e sicuramente verrebbe fuori una delle opere migliori di tutti i tempi. Vediamo un po’:

In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste.

Liscio il papiro steso di fronte a me e rileggo quello che ho scritto.
Ah, sì, meraviglioso, sto andando nella direzione giusta.

Chiara


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