Trasforma un incubo di mutismo in un sogno a lieto fine, avendo cura di inserire nel racconto tre elementi imprescindibili della dimensione onirica: un assurdo, un paradosso spazio-temporale e la presenza di un personaggio improbabile e avulso dal contesto.

Sabbia tutta intorno.
Scende sabbia dalle fessure delle travi in legno del soffitto, scorre lenta tra le scanalature dei comodini, degli armadi, della scrivania. Attraversa i corridoi della casa, nel tintinnare dei granelli, piccoli, piccolissimi. 
Tra le rughe della pelle, sotto le unghie, tra le ciglia, tra i capelli e un po’ in bocca. 
Stretta qui, avvolta dai granelli dorati, circondata dalle mura scrostate, tra orologi che non rintoccano più, tra piatti sporchi ormai graffiati dalle pietruzze, in vesti sgualcite, non troppo presentabili in fondo, attendo. 

Eccolo.  

“Ci rivediamo” dice. 

Sì, fa sempre piacere rivedere volti familiari, penso. 

“La tua casa è tutta sporca” dice il becco adunco e arancio.
“Vuoi che ti aiuti a rammendare per l’ultima volta?”

Vorrei accettare, dopotutto non mi occupo più delle faccende da molto tempo ormai.
“Sempre a letto, vedo. Non ti preoccupare, ti porto del cibo” aggiunge, dopo aver disteso le ali soffici per stiracchiarle.
La stanza è molto stretta per lui.
“Pensavo, ne abbiamo passate tante insieme, io e te, e ora guardaci: siamo cresciuti.”

Era vero, lui era diventato un maestoso gufo e io un’anziana signora.
Fuori da questo mondo lui non esiste, ma io me ne ricordo ogni mattina. Sin da piccola viene a trovarmi qui, nel mio mondo incantato; ci siamo costruiti una casetta insieme. Ma ora tutto sta cadendo a pezzi.

“Hai mangiato oggi? Non sembri in forma. Colpa di quel tubo?”

Sì, lo è, non sento il sapore delle cose, non sento il suono della mia voce. Ma sento tutte le altre.
“Che farai domani?” 

Forse niente, penso, come oggi, come ieri, come l’altroieri. 

La sabbia sale, e sembra non seguire più la gravità, avvolge tutto, le pareti non ci sono più, il caminetto, i  pensili, il tappeto, tutto è sommerso. 

Sì forse domani non farò nulla, non credo farò più qualcosa, sono stanca, vorrei dire. 

“Mi ha fatto piacere conoscerti, non capitavano spesso umani da queste parti, eppure ti abbiamo trovata, cento anni fa.” 

La sua voce si affievolisce, non si distingue più, la sabbia mi invade ormai anche le orecchie. Ha preso le mie mani, i miei piedi, le gambe e le braccia, non sento più nemmeno loro, non sento il freddo o il caldo.
Non  sento il peso della coltre dorata su di me. 
Non sento l’odore del legno marcio delle travi.  
Non sento più i granelli tintinnare. 

Un’ala si posa sopra di me. 
Non vedo più.

Valeria


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