Trasforma un incubo di mutismo in un sogno a lieto fine, avendo cura di inserire nel racconto tre elementi imprescindibili della dimensione onirica: un assurdo, un paradosso spazio-temporale e la presenza di un personaggio improbabile e avulso dal contesto.

Non ci riuscivo mai. Esami, fidanzata, trasloco, rumori, pensieri. Era da mesi che non riuscivo a dormire più di un’ora o due. Iniziavo una nuova serie verso le undici e mi ritrovavo a dover chiudere il computer per correre in università alle sette della mattina dopo.
Ma quella sera non potevo fare cosi: esame di filologia romanza, per la quarta, maledettissima volta. Dovevo dormire, o sarei crollato davanti al professore il giorno dopo.

“Senti, zio, stai calmo, ti do io qualcosa per farti dormire.”
“Qualcosa tipo droga? Non mi fido di te.”
“Ti  pare che ti do della droga?”
“Ehm… Sì, mi pare.”
“Melatonina. Fidati, fra, la melatonina funziona sempre.”

Non mi fidavo di Andrea, ma era la mia unica speranza per dormire almeno cinque ore. Seguii le sue istruzioni. La misi nella camomilla.

“Io ti uccido, idiota.”
“Ti giuro che non l’ho messo io, lì.”
“Ma cosa?”
“No, niente, dicevi?”

Ecco perché non mi fidavo.

“Quella cazzo di melatocosa che mi hai dato: non funziona.”
“Fra, fidati, aspetta un’oretta e vedrai se non fa effetto.”
“Se non funziona giuro che…”
Mi mise giù.
Passò un quarto dora, poi mezz’ora, poi quarantacinque minuti.
Non serviva a niente. Accesi la tv. Un programma assurdo su Mozart. Quel tipo era fumato forte. Io pensavo: genio della musica, compositore della madonna, artista che tutti ricordiamo nei secoli dei secoli, tu ti immagini un tipo serio. Invece era completamente andato.
Cazzo, odiavo dare ragione a quello scemo di Andrea, ma la melatonina stava funzionando. Forse sarei riuscito a dormire e a passare quel maledetto esame.
Ma mi sbagliavo.
Appena chiusi gli occhi, suonò la sveglia. Merda. Erano già le sette e trenta. No, però non è possibile, cazzo, l’avevo messa alle sei e mezza. Ero già vestito, il giorno prima non mi ero spogliato prima di dormire. Libri, bici e si vola.
Ma i libri non ci sono. Dove stracazzo sono i miei maledettissimi libri? Dovevano essere nello scaffale, al solito posto. E invece al loro posto c’erano un centinaio di libri di cucina crudista. Io lo giuro, mai comprati. Il numero del kebbabbaro era nei preferiti della rubrica, prima di quello di mamma. Quei libri non erano miei. Cazzo ne so, magari sono della tipa che mi sono portato a casa settimana scorsa. Quella era tutta strana, magari era venuta all’appuntamento con tre pile di libri di ricette crudiste, che ne so. I miei libri, in ogni caso erano spariti. Presi lo zaino di scuola, magari erano li. Per sbaglio mi sfugge lo sguardo sull’orologio: le otto e un quarto. Ma come era possibile? Uscii di casa senza manco chiuderla e mi precipitai verso la bici. Evvaffanculo, però. Le gomme erano bucate. Mai in tutta la mia vita avevo avuto tanta sfiga. Lo sapevo che avrei dovuto ridare l’esame per la quinta volta. Chiamai Andrea, lui aveva la moto.

“Fra, quindi la melatonina ha funzionato?”
“Fra, ci sei?”

Avrei voluto rispondergli. Avrei voluto dirgli che quella cosa di merda non era servita a niente e che piuttosto mi serviva un passaggio in moto fino all’università. Avrei voluto. Ma non riuscivo a parlare. Non usciva niente dalla bocca. Io lo sapevo che quel deficiente mi aveva dato una droga strana che ti fa perdere la voce. Lo odiavo. Corsi verso la metro. Sarei arrivato in ritardo e avrei sicuramente dovuto rifare l’esame. E anche se fossi arrivato  in tempo non potevo più parlare perché quel cretino là mi aveva fatto bere robe strane. Salii sulla metro. Dopo solo due fermate ero già arrivato. Conoscevo bene Milano, sapevo che ce ne volevano sei per arrivare in università. Ero talmente andato da addormentarmi senza accorgermene? Sul serio? Corsi giù dalla metro più veloce che potevo. Avrei ripassato mentre camminavo. Non è vero, non avevo i libri.
Mentre salivo le scale per tornare in superficie, li vidi. Erano lì, i miei libri, di fianco a un barbone. Feci per afferrarli e mettermi a correre quando qualcosa  mi prese la caviglia. Il barbone. Glieli tirai in faccia, spostandogli il cappuccio.
“Mozart!”
Riuscivo finalmente a parlare. Quel barbone, era Mozart!
“Zio, ma che cazzo ci fai qui?”
“Ti fotto I libri.”
Mozart di merda.
Glieli lasciai e corsi via. Correvo, correvo, correvo. Ero quasi arrivato.
In quel momento lo schermo del cellulare si illumina: una chiamata. È il mio professore.
“Idiota, la pianti di correre? Hai preso trenta, placati.”

La sveglia suona. Le sei e trenta. Ora di andare in università! Non so se l’ho già detto, ma oggi è un giorno importante: ho l’esame di filologia romanza.

Arianna


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