Racconta la liberazione di un personaggio che abbia le seguenti caratteristiche:
è una donna
ha ventisei anni
è balbuziente
è irascibile
vive nei sobborghi di Roma
con una capra.

Erano giusto i primi giorni di marzo 2020, già molte attività erano chiuse a Roma, e in ogni caso era sconsigliato recarsi in centro città.
Così Anita passava le sue giornate a guardare la televisione più o meno fino alle sei. Ogni telegiornale parlava ormai solo e unicamente di quel maledettissimo Corona virus. Anita ne aveva fin sopra i capelli rossi e spettinati: era già stato messo a rischio il suo appello di laurea magistrale ed ora si ritrovava persino chiusa in casa a farsi salire i nervi.
Chiamava qualche amica ogni tanto per sfogarsi, per urlare contro qualcuno, ma si rese presto conto che rabbia e balbuzie non vanno d’accordo. Se già prima aveva difficoltà ad esprimersi, ora faticava anche solo a far intendere il senso generale delle sue frasi incazzate.
Che poi altro non erano che un’accozzaglia di li mortacci sua, Conte de ‘sto cazzo e anvedi che mo’ me chiudono pure er bar all’angolo.
Tutta questa fatica la portava infine, a pomeriggi inoltrato, a dover uscire per passeggiare nelle campagne vicino casa e sbollire un po’.

Fu proprio in una di queste uscite serali che trovò un indifeso cucciolo di capra, dolorante in mezzo agli arbusti. Doveva esserci stato un incidente, la capra perdeva un po’ di sangue da un orecchio e da una gamba, e faceva flebili versi che sembravano lamenti. Bisogna qui specificare che Anita era da sempre acerrima nemica degli animali. Allergica al pelo dei gatti, traumatizzata in età infantile dal morso di un cane gigante, aveva esteso il suo fastidio ad ogni essere vivente che non fosse umano o vegetale. Ma quella capretta faceva troppa pena: se fosse rimasta lì sola ancora a lungo, sarebbe probabilmente morta.
Così la giovane donna mise da parte la sua avversione e la prese con sé. La portò a casa, dove fortunatamente godeva di un bel giardinetto. Il programma, inizialmente, era quello di tenerla giusto il tempo necessario affinché recuperasse le forze. Ma, a quarantena iniziata, come vento a favore di una barca persa in mezzo al mare, Anita si trovò costretta a prolungare il soggiorno della capra a casa sua e ad affrontare il suo peggior nemico: la rabbia, la rabbia che la rodeva e che inaspriva la sua balbuzie.
Decise di tenere la capra con sé perché così avrebbe avuto un po’ di compagnia in casa, e perché dopo i primi giorni Anita doveva aver già intuito l’influsso positivo che quell’animaletto avrebbe portato alla sua stabilità emotiva.
I cambiamenti sopraggiunsero già alle primissime settimane di convivenza, e furono radicali, quasi magici. Preoccupata per la salute del quadrupede, Anituccia la teneva spesso d’occhio, si occupava di prenderle gli alimenti giusti e le teneva compagnia, così che non ebbe più il tempo di stare a guardare i telegiornali e sbuffare. Imparò a godersi il silenzio e la serenità degli sguardi che solo un animale sa rivolgere. Nella sua vita erano ormai penetrate una calma e una premura che fin’ora non era mai riuscita a godersi, sempre sopraffatta dagli scatti d’ira che nascevano da pretesti qualsiasi.
Le amiche di Anita continuarono a chiamarla, di tanto in tanto, ma non scoprirono mai il motivo di un tale benessere riscontrato con piacevole ed improvvisa sorpesa nell’amica, che aveva deciso di tenersi la novità per sé, almeno fin quando fosse durata la quarantena….

Tina


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