La prima volta che aprì quel libro aveva nove anni e ancora non sapeva nulla del suo futuro, né di cosa avrebbero rappresentato quelle pagine.

Era una notte gelida e Noemi era arrotolata nella sua coperta verde acqua con la speranza che il ramo dell’albero in giardino smettesse di picchiettare contro la finestra. Non riusciva a dormire quando c’erano piccoli rumori, qualunque scricchiolio o lancetta di orologio la innervosivano.
E quella notte di dormire non se ne parlava proprio, perché sembrava che il vento, come un direttore d’orchestra, dirigesse alberi, foglie, rami e finestre tra ticchettii, colpetti, vibrazioni e fischi.
Con gli occhi sbarrati ripensava a diverse cose della sua vita ripercorrendo attimi belli e brutti, scanditi dai suoni fuori.
Fu a quel punto che si ricordò del libro.

Otto anni prima ne aveva letto le prime dieci pagine e aveva finito per lanciarlo sul letto e correre in lacrime dalla mamma.

“Cosa c’era scritto di così orribile da farti urlare in questo modo?”

Ma i singhiozzi erano tanti da non permetterle di spiegare il motivo.
Così la mamma corse in camera a prendere il libro e tornò con un tenero sorriso.

“Noemi, questo è il libro che ti ha regalato la nonna a Natale. Parla di amore… di gattini! Pensavo che avessi preso un thriller dalla mia libreria. Perché tutte queste lacrime?”

Nessuna risposta.

Dopo otto anni riaprì quel libro per la seconda volta.
Nessun segnalibro, nessuna piega in cima alle pagine.
Iniziò a leggere la storia di quei due gattini che in una calda giornata di sole si innamorano, così come i padroni. In poche righe ricordò ciò che era successo otto anni prima e riprovò le stesse sensazioni, ma quei singhiozzi e la disperazione da bambina si trasformarono in lacrimoni, morsi sulle labbra e batticuore da adolescente. Leggeva quella frase.
La frase a pagina dieci.

“Mi chiamo Milo, lo so, è bruttino, ma l’ha scelto il mio papà, quindi mi piace a prescindere”.

Le lacrime scivolavano su un malinconico sorriso.
L’ottobre prima di ricevere quel libro, Noemi aveva perso il padre in un incidente stradale e quella frase le aveva messo una tristezza infinita.

Si alzò dal letto e andò da sua madre per raccontarle tutto, per spiegarle finalmente, dopo otto anni, il motivo di quelle lacrime e perché avesse rinchiuso il libro in un armadietto senza aprirlo mai più fino a quella notte.
L’abbraccio caloroso della madre le fece dimenticare il freddo, il fastidio provocato dai rumori del vento e il dolore provocato da quelle righe.
Finirono per raccontarsi e ricordare aneddoti sugli anni in cui c’era ancora papà e poi andarono a dormire insieme nel lettone, come non succedeva ormai da tanto tempo.

Mariagrazia Scambia


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