Scrivi un racconto, una poesia, una filastrocca in cui come protagonista ci sia Giorgia, 81 anni, con i capelli verdi, che lavora al CAF ma è fottutamente ricca, con un animale da compagnia, una gamba sola, un segreto: ringiovanisce, vedova ma ancora non lo sa!

Più passa il tempo più i corridoi del CAF mi sembrano interminabili. Devo fermarmi per riprendere fiato e sistemare la gamba artificiale che, al solito, dopo qualche passo, si è staccata. Sbircio il mio riflesso nel vetro di uno degli uffici. L’unica cosa graziosa sono i capelli, verde evidenziatore, sciolti e ribelli come quelli delle rockstar degli anni ’70 che ammiravo tanto. Peccato che incornicino un viso rugoso e cadente e un corpo appesantito. Non pensavo di arrivare alla mia età, non così.

Raggruppo i fogli dei noiosissimi faldoni dei clienti con cui ho appuntamento oggi, e mi preparo all’ennesima giornata di merda. Numeri, cifre, sigle burocratiche, da cinquant’anni la mia vita è questa. Potevo andare in pensione vent’anni fa, e ho accumulato una gran bella somma, ma la verità è che mi sento responsabile per questo posto. Senza di me, nessuno qui dentro saprebbe cosa fare, i colleghi come gli ex dipendenti che vengono qui con delle facce che, se dovessero farsi cavare tutti i denti senza anestesia, sarebbero molto più felici. Vi aspettate anche che sia simpatica? Quelli che mi conoscono mi evitano, e a me sta bene. Non ho bisogno di loro. Una sola continua ad insistere, quella ragazzetta straniera neo-assunta, Jolla, dall’eterno sorriso idiota e la voce squillante, come se la vita fosse una continua gita a Gardaland “Ciao, Giorgia!” ecco, appunto. Grugnisco per dissuaderla, ma lei insiste “Come stai?” “Ho perso una gamba dieci anni fa in un incidente stradale idiota, come cazzo vuoi che stia?” mio marito dice sempre che la sincerità è la mia dote più grande. Deve pensarlo anche Jolla, perché ride e mi batte una mano sulla spalla.

Oggi dobbiamo condividere l’ufficio. Merda. Cerco di pensare a cose belle: ritornare finalmente a casa, dal mio criceto Pierre, sdraiarmi sul divano davanti alla TV e preparare la cena per me e mio marito. Vi sembrerà strano, ma non ho perso la speranza che quel pirla prima o poi torni. Non è mai stato via così a lungo. Non è mai stato via, eppure da un po’ non c’è. Scaccio quei pensieri, e quasi mi viene un colpo nell’osservare come lavora Jolla. I giovani sono diversi da come lo era la mia generazione. Noi volevamo cambiare il mondo, fare la differenza, distinguerci dai nostri padri, mentre loro si accontentano di cambiare il cellulare una volta all’anno.

Correggo i suoi errori ad alta voce, sì, anche per il piacere di umiliare lei, il suo visetto tondo e fresco e la schiena che di certo non sa che cosa sia la sciatalgia. Jolla mi fissa calma, ma i suoi occhi ardono. Mi fa paura. Sembra una sciamana di uno di quei paesi del Centro America da cui lei proviene. Le sue labbra si socchiudono e pronunciano con freddezza terribile: “Sai qual è il tuo problema, Giorgia? Non ti ricordi più cosa significhi essere giovane. Se per un giorno tornassi a rivivere tutte le umiliazioni e i problemi che ci toccano forse saresti un po’ meno stronza”. Chiude bruscamente uno dei fascicoli, e della polvere rossa mi cade addosso. Torno alla scrivania.

Il mattino dopo, al risveglio, mi sento strana. La schiena e le giunture non mi fanno per niente male, anzi, rispondono scattanti ai miei movimenti. Sento un peso che non mi ricordavo più, quello di un seno sodo e di un fondoschiena tonico. Mi guardo le mani, la pelle è compatta e senza macchie. Corro a guardarmi allo specchio, e non ci credo. Devo sciacquarmi la faccia con acqua gelida, pizzicarmi, schiaffeggiarmi. Non posso negare i fatti: io non sono più la io di adesso, ma sono tornata come quando avevo vent’anni. Guardo Pierre, che continua a girare nella sua ruota, come per avere una conferma, Lui ammicca e pare dirmi: “Certo che con quei capelli verdi fai proprio schifo!”.

Cristina Morisi


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