Dal microscopico al macroscopico: partendo da un frammento o un oggetto di plastica, costruisci un’ambientazione in cui inserire il tuo racconto distopico.

Era un soleggiato martedì mattina. Il caldo, dal luogo in cui mi trovavo, mi sembrava opprimente. Ricordo la sensazione, l’oppressione, l’impressione di sciogliermi come neve al sole. Il luogo in cui mi avevano rinchiuso era la tasca di una giacca a vento di proprietà di Auguste Pulein, il mio padrone, o possessore, se preferite.


Stava correndo, e lo sapevo perché continuavo a rimbalzare nella tasca. Sentivo il raspino affannato di Auguste, poco sopra di me. Stava scappando, e sapevo da chi e da cosa. Di colpo si fermò, tastò con la mano la tasca in cui mi trovavo ed emise un sospiro di sollievo.
Mi estrasse con esasperante lentezza, mi portò davanti al viso e mi fissò con una tenerezza che non potrò mai dimenticare.

-E’ meglio che non mi trovino con te in tasca – disse – se mi prendono è la fine. Poi mi gettò in un cespuglio e si allontanò correndo, senza voltarsi indietro.

Ahhhh… Utopia, un posto incantevole dicevano i cartelli pubblicitarie gli annunci alla TV. Dal luogo in cui mi trovavo potevo osservarla e apprezzarne ogni dettaglio. I prati, per esempio, tutti dello stesso verde chiaro, e l’erba, che non doveva mai superare gli 0,5 mm di altezza. I filari di aceri, tutti alla stessa distanza, tutti alla stessa altezza, con lo stesso numero di rami e persino con lo stesso numero di foglie. I cespugli, come quello in cui ero stata gettata, tutti della stessa grandezza, con lo stesso numero di fiori bianchi odorosi. Nulla è fuori posto, nulla è concepito per caso, tutto ha una misura, un ordine, un’altezza e un colore preciso, stabilito. Da dove mi trovavo riuscivo a vedere gli edifici del governo, quello stesso governo da cui Auguste stava scappando.

Ma non volevo pensare alla fuga, volevo osservare ancora per un istante quello che mi circondava. Il cielo, per esempio, di un azzurro limpido, oscurato a tratti dai numerosi droni che avevano il compito di controllare la città. Quei droni mi avrebbero trovata? Mi avrebbero associata ad Auguste? Ma no, no, non volevo pensarci, volevo guardare ancora per un po’ le strade, così pulite, così ordinate da quando l’ultima legge aveva decretato la fustigazione per chiunque avesse osato gettare una cartaccia, o presentarsi in strada in un’ora che non fosse quella stabilita o persino per chi avesse osato risultare trasandato, disordinato o abbigliato in un modo che non fosse quello stabilito dal grande governo.


Come eravamo giunti a tutto questo? Come avevamo potuto cedere la nostra libertà per l’ordine, la nostra creatività per il rigore? Domande complesse, troppo per una mente semplice come la mia, ma non per quella di Auguste, che brandendomi come una spada aveva scritto le sue idee su fogli che poi aveva distribuito in ogni luogo, bar, ufficio, mezzo di trasporto; ovunque affinché gli altri potessero leggere, affinché tutti potessero capire che aveva ragione. Se solo quella mattina non ci avessero visti, se solo non ci avessero beccati… forse non sarebbe cambiato nulla comunque.
Eccoli, arrivano, quando mi troveranno vedranno incise su di me le iniziali di Auguste e per lui sarà la fine, lo cercano da troppo tempo, sapranno che è passato di qui e poi…
Sono pensieri troppo complessi. Ma quello che so è che in un mondo dove la libertà di parola è negata, persino essere una bic nera può rappresentare la speranza di un futuro migliore.

Francesca Beatrice Scalzo


0 commenti

Lascia un commento

Avatar placeholder

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *