Racconta con focalizzazione interna e narratore in prima persona di quella volta in cui ti sei resə conto che stavi sbagliando e di come sei riuscitə a ridare il giusto corso alla tua vita.

Scrivo questa lettera a me stessa, anche se, lo confesso, vorrei che fosse qualcun altro a scriverla per me. Vorrei che quel qualcuno me la lasciasse nella cassetta delle lettere, così, da un giorno all’altro. Vorrei che mi sorprendesse. 

Mi piacerebbe che parlasse di me, che mi raccontasse, vorrei che conoscesse la vera me.

Sarebbe bello che, in questa lettera, mi parlasse della fatica di essere buoni, giusti e onesti. Vorrei che sapesse davvero quanta fatica si fa. Vorrei che conoscesse l’oppressione che deriva dall’essere responsabili di qualcun altro, quel sentimento che troppo spesso provano i fratelli e le sorelle maggiori. Vorrei che scrivesse della consapevolezza di dover essere più grandi della propria età, soprattutto quando si hanno genitori che ti hanno avuta troppo giovani.

Tutte cose che mi concernono.

Per farla breve, vorrei che quel qualcuno mi conoscesse davvero bene. 

Pur conoscendomi bene, però, temo che la vera me la conosca davvero solo io. Quindi eccomi qui, a scrivermi.

Ecco un fatto: quando ero piccola, mia nonna mi raccontava le vite dei santi. La vita dedicata alla preghiera, i martìri, la sofferenza, i digiuni, le stigmate, insomma, tutte cose allegre. Questo ha decisamente influenzato la mia infanzia, o traumatizzato, questione di semantica. L’insegnamento che traevo da quelle storie era il seguente: bisognava essere buoni per meritato il Paradiso. Ed essere buoni costa fatica. Costa fatica tenere sempre la testa bassa, costa fatica, richiede anche sofferenza, prodigarsi per gli altri, obbedire sempre, reprimere ciò che hai dentro.

Io sapevo di avere due genitori che mi avevano avuta troppo presto, sapevo che più che figure autorevoli e responsabili si comportavano come due apprendisti con ancora tanto da imparare e bisognosi di aiuto, anche del mio. Quindi sapevo di dover essere obbediente, sapevo di dover essere brava a scuola, di dover essere una bambina educata e rispettosa, così come sapevo di dover essere un modello per mia sorella.

Non arrabbiarti se ti rompe i giochi, sei la più grande, non litigate, sei la più grande, aiutala con i compiti, sei la più grande, portala a nuoto, sei la più grande, vai tu a prenderla a scuola tutti i giorni, sei la più grande. Una parte di me soffriva, protestava anche, ma la verità è che non mi pesava. So che non mi crederete, ma è così. Non mi pesava perché io ero buona, ero responsabile ed ero la figlia maggiore. Sentivo che era il mio dovere.

Mi ci è voluto moltissimo tempo per comprendere che non avrei avuto una statua se avessi rinunciato ai miei sogni e tantissimo tempo per realizzare che non sarei bruciata all’inferno se avessi detto un NO e ancora più tempo per rendermi conto che la ricompensa per essere sempre giusti, buoni e responsabili non è il Paradiso. O meglio, magari sì, ma spero di scoprirlo intorno ai 102 anni, non prima.

Quello che ho scoperto sul serio è, che almeno per me, un premio c’era ed era la mia libertà, la mia autoaffermazione, rendermi conto che proprio perché avevo sempre tenuto la testa bassa potevo alzarla, e potevo essere in contraddizione e non annuire sempre, potevo essere in disaccordo e potevo affermare di volere tantissimo una cosa e lottare per ottenerla.

Come ho detto, ci è voluto molto. Non è successo all’improvviso. Ricordo com’era specchiarsi ogni giorno e non riuscire a sentire me stessa in nessun pensiero che facevo e in nessuna azione che compivo.

Era intollerabile, devastante. Qualcosa si è risvegliato dentro di me. Mi dicevo: ma se persino i santi attuavano ribellioni perché non potevo farlo io che avevo sempre seguito il loro esempio? Non mi ero guadagnata quel diritto? Non lo meritavo?

Ed ecco la sconvolgente verità: non mi è caduto addosso il cielo cominciando ad essere me stessa. Sotto i miei piedi non si è aperta nessuna voragine. Ho iniziato a pretendere. Ho iniziato ad ottenere. Ho iniziato a volere. Sono rimasta buona. Sono rimasta responsabile e sono rimasta onesta, soprattutto con me stessa.

Questa mattina nella mia cassetta c’era una lettera. L’ho aperta. Mi sentivo timorosa ed anche turbata. Era da parte della mia famiglia e nell’ultima riga avevano scritto: “Come te, non c’è nessuna.“ Ho pianto. Dopotutto, c’è davvero quel pezzettino di Paradiso come ricompensa.

Francesca Scalzo


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