Sei un regista e vuoi mettere in scena la tua opera preferita di Shakespeare. Il primo giorno di prove, una volta radunati tutti gli attori, ti accorgi che la sceneggiatura in tuo possesso è fallata. Superato lo sconcerto iniziale, pensi che quella svolta nella trama non sia poi così male… Presenta la “nuova” sceneggiatura dell’opera in questione, concentrandoti sugli snodi che la rendono differente dall’originale.

“Pertanto, potremmo vedere la situazione in tal maniera: ho perso sette anni della mia vita per documentarmi su questo scritto, per passare ore a parlare di filologia cinquecentesca con Liuberth Cresswel a Oxford, di storia del teatro con Sir Maximilan Hardy a Cambridge, per studiare l’inglese medievale in modo da leggere direttamente le fonti, per scrivere un progetto di spettacolo che venisse finanziato dall’Unione Europea per l’interesse culturale e storico, e voi venite a dirmi che oggi, il giorno della prima lettura, le copie non sono ancora arrivate?”

Così iniziò venerdì 28 settembre, giorno delle prime prove di Cardenio, una rilettura in chiave moderna dell’opera perduta di Shakespeare scritta dall’ottuagenario e poliglotta regista Amedeo Scarpa Pogliani de Benedetti, famoso per la reinterpretazione teatrale di Ben-Hur della durata di tre ore e trentuno minuti, per la commedia psichedelica Aspettami, Godot!, ma soprattutto per aver sponsorizzato la costruzione di un teatro in stile greco sulla costa ionica della Basilicata. Per la prima all’Ellenico di Maratea, l’arcinoto artista aveva scelto di produrre qualcosa di mai visto prima, ossia riadattare in chiave moderna uno spettacolo di cui si era perso il testo originale. L’avanguardia del metateatro moderno si riflette sull’età d’oro della commedia inglese – aveva commentato a Di Pollina l’esperto di spettacolo di Repubblica. Il giorno scelto per le prime prove era un venerdì perché, a detta di Scarpa Pogliani de Benedetti, il testo era talmente denso di significati e pregno di azione che gli attori avrebbero dovuto rifletterci sopra nel week-end. 

Le copie da leggere erano arrivate con un ritardo compreso tra le due e le tre ore, tra gli sbuffi degli attori alacremente selezionati e le minacce di licenziamento del poco paziente regista. Un grosso tavolo rotondo era stato messo al centro della sala, un tavolo di mogano, antico con le venature rosse che Cardenio, impersonato dall’attore venezuelano Moreno Zalar, seguiva annoiato con il mignolo destro. Scarpa Pogliani de Benedetti notò questo atteggiamento, batté le unghie sul legno e chiese aspramente “No te diviertes?”. Moreno alzò lentamente lo sguardo, due iridi vacue circondate dalle occhiaie tipiche di chi ha raggiunto il successo, di chi si è sdraiato sul letto del “tanto mi chiameranno comunque perché sono arrivato” e passa la notte tra feste private, alcol e sostanze illegali, e accennò con voce fioca che il testo era illeggibile. Amedeo Scarpa Pogliani de Benedetti, il regista che aveva portato la commedia veneta nei teatri newyorchesi, colui il quale aveva imparato il russo per tradurre un piccolo racconto di Nabokov e trasporlo in opera teatrale per bambini, non tollerò queste parole certamente fuori luogo, visto che nel giro di venti secondi lanciò la sua copia di quattrocentosettantasei pagine in mezzo al tavolo, scostò la sedia, prese in mano il suo bastone d’ebano e si recò nell’ufficio del produttore.

“Devi trovare immediatamente un protagonista che sia di livello. Se al mio arrivo lunedì lo vedrò ancora, potrai ben contare che io cerchi anche un altro produttore”. Il produttore conosceva Amedeo Scarpa Pogliani de Benedetti da quarant’anni anni ed era stato al suo fianco durante tutti i successi della sua carriera, ad esempio lo aveva accompagnato sul palco al ritiro del TeleGatto nel 1991 e si trovava nel backstage quando il regista teatrale, intervistato da Bruno Vespa, si era scagliato contro il neovincitore del premio Nobel Dario Fo, reo di avergli rubato delle idee in gioventù. Ahilui, lo stava accompagnando anche nel crollo della carriera, in mezzo ai fischi delle ultime proposte teatrali e alla difficoltà, ormai diventata insuperabile, di trovare compagnie e teatri disposti a lavorare con lui. Cardenio all’Ellenico di Maratea era l’ultimo sforzo per provare a chiudere dignitosamente la propria carriera lasciando una stella nel firmamento del teatro italico, un qualcosa di talmente unico da essere ricordato per sempre.

Da produttore aveva avuto modo di visionare il copione prima di tutto il resto della troupe, prima ancora che venisse inviato alla stamperia. Aveva preso l’incarico per sé e aveva letto tutta la sceneggiatura: provò ribrezzo per l’idea di Scarpa Pogliani de Benedetti che scrive di Alejandro, un ragazzo dell’Extremadura follemente innamorato di una cantante divenuta famosa su YouTube, talmente innamorato da perdere il senno, recarsi ad Albacete per provare a diventare un musicista famoso con la sua chitarra scordata. Doveva far fallire lo spettacolo: per questo aveva riscritto il testo inserendo frasi spagnole ed inglesi scollegate dal resto e aveva inserito delle battute prese da uno spettacolo comico di Enrico Brignano. Le copie erano arrivate in ritardo per evitare che il regista potesse accorgersi degli evidenti refusi.

Nell’ufficio del produttore, però, era inevitabile che Amedeo Scarpa Pogliani de Benedetti, che da giovane ebbe la fortuna di stringere la mano a Pirandello e di dirigere un atto di una commedia di de Filippo, aprisse la sua copia e gli venisse un infarto nel leggere:

“I gave you a hundred kiss last night.”
“Ma non mi hai dato nessun bacio!”
“Scusa, ho sbagliato di cento”.

Davide


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