Scrivi un testo ispirandoti ad una di queste Novelle del Boccaccio: Andreuccio da Perugia, Federigo degli Alberighi, Caterina e l’Usignolo, ambientando la scena ai giorni nostri:

INTRODUZIONE 

L’introduzione più appropriata è probabilmente quella ripetutamente data in quelli che furono i social dell’epoca, massimo canale d’espressione dell’umorismo social- popolare. Correva l’anno del Signore 2020 e, dopo aver rischiato la Terza Guerra Mondiale in Gennaio e l’ennesimo meteorite (mai troppo vicino), arrivò il flagello del Covid-19 a farla pagare all’umanità, ad umiliare no-vax e vendicare vegani ed ecologisti in ogni dove. Magari, la prossima volta si sarebbero ben guardati dal mangiare pipistrelli e dal trattare la Terra come deposito del loro pattume, deve aver pensato il Signore. Che inguaribile ottimista. Quello che più fece però il Covid-19, come tutte le degne pestilenze, fu mieter vittime. Mieter vittime e portare vicina al crollo una civiltà basata sul lusso del poter essere incivili, del non curarsi sbattersene affatto di cosa accade al proprio “prossimo”. E fu proprio così che, con una vena ironica niente affatto male, al prossimo, di cui tanto ce se ne infischiava, divenne impossibile o quasi avvicinarsi. Che, come prima misura, fu stabilito di tenere un metro di distanza tra gli individui, cautela che quasi nessuno adoperò, e poi, troppo tardi realizzato il fallimento delle precedenti ingiunzioni, i principi della politica optarono per il cosiddetto “lockdown”: tutti obbligati nelle proprie dimore, per la salvezza degli altri se non per la propria. Affamare un Paese per far lasciar morire di inedia un virus, niente male davvero. Ma, bisogna riconoscerlo, sì estrema misura di vite sicuramente né salvo, assieme al tardivo (e imposto) senso civico che avevano riscoperto gli italiani. E fu nei primi giorni dell’epidemia, prima che fosse estesa la famigerata “zona rossa” e che calasse la scure del lockdown, che in quel di Milano, pressò una piccola galleria d’arte, un giovedì sera, sette amiche vennero a ritrovarsi, quasi a cercare consolazione nella comune passione: la scrittura. Tutte giovani, o giovanissime, ma già tanto savie, erano impegnate, come sempre, con la loro passione, intente, a capo chino, a tentar di scrivere, anche se, stavolta, primariamente con l’intento di tener lontani pensieri e paure. Ciò detto, per quelle che sono le norme sulla privacy, privacy che, a quel tempo volevano praticamente abolire e che quindi, ora faremmo meglio a salvaguardare gelosamente, non riporterò qui i veri nomi di quelle giovani ma bensì nomi fittizi, che però ben si accordavano ad esse: Chiara, Irina, Carolina, Beba, Anna, Cristina e Arianna, la più piccola del gruppo. Fu proprio Chiara, che sovente ne teneva le redini, a posare la penna e prendere la parola: 

– Belle, in questo momento, per davvero, val bene il buon detto “Si salvi chi può”. Considerando che il nostro dovere civico, è star lontani da gli altri almeno un metro, perché non aumentare la distanza ulteriormente? Anziché restare qui, che la gente sembra già sull’orlo di impazzire e compra l’Amuchina al prezzo a cui comprava la cocaina, solo due settimane addietro, proporrei, se siete d’accordo, di dar atto al tanto rimandato proposito di un ritiro nella villetta di famiglia. Potremmo distrarci isolate tra la natura, scrivere, discorre senza soffermarci troppo su quanto accade che, oltre ad evitare occasioni di contagio e devolvere in donazioni, altro non possiamo fare: distrarci. Cosa ne pensate, quindi? 

Le ragazze preso a ragionare fra di loro e molto condividevano di quanto detto da Chiara ma, ad un tratto, fu Carolina a parlare: 

– E’ un ottima idea, Chiara, c’è però un ma. Essendo proprio noi sette, e tutte donne per di più, c’è il serio rischio che si finisca per addentrarci in ragionamenti complessi, profondi, a non trattenerci dall’informarci sull’andamento dell’epidemia e che tutto il proposito di distrarci e non pensare vada a perdersi. Se non includiamo in questa compagnia qualche testa matta, potremmo rischiare di deprimerci peggio, stando in quel modo isolati. Evidentemente, Carolina così parlava non potendo immaginare l’isolamento forzato che di lì a poco avrebbe colpito tutti. A risponderle fu, quindi, Irina: 

– Indubbiamente, il problema c’è ed è dovuto primariamente al fatto che siam tutte donne. Ci vorrebbe qualche uomo per abbassare il livello… volevo dire, non far appesantire troppo i toni. Ma dove li troviamo? Escluso quelli che vanno ancora a ballare convinti che lo smart working sia una sorta di vacanza pagata e il virus una fake news, chi ci sarà in giro a quest’ora? 

Neanche a farlo apposta, mentre discutevano così, venne al videocitofono Davide, il ragazzo di Chiara, con cui, dimentica, quest’ultima si era accordata di vedersi. E, per una strana coincidenza, si portava dietro tal Vincenzo, frequentatore di tanti loro laboratori di scrittura, casualmente incontrato durante una delle sue non rare passeggiate in solitaria per il Quadrilatero della Moda meneghina. Alla vista di ciò Chiara esclamò: 

– Un po’ di fortuna, c’ha portato due candidati perfetti, direi. E così prese a spiegar loro l’idea. Davide, prevedibilmente, nulla ebbe da obiettare e Vincenzo, dal canto suo, con un sorriso e un’alzata di spalle rispose che lui già lavorava, come si suol dire, “da remoto” per poi aggiungere, pregandole di scusargli il francesismo, che per il resto non aveva un usignolo da fare. A questo punto però Anna interloquì: 

– Ci manca ancora un componente. Dovremmo essere dieci. Questo senza dar spiegazioni del perché dovevano essere essere effettivamente dieci e non nove od undici. Fu Irina a trarli di impaccio, ricordando loro che il suo ragazzo sarebbe rientrantato a Milano a breve e che, per ciò, avrebbe potuto facilmente dirgli di recarsi direttamente alla villetta di famiglia di Chiara. Provveduto quindi all’obiezione mossa Anna, il gruppo si accordò per partire il giorno seguente, all’albeggiare. E così, con degno bagaglio al seguito, la comitiva, allegra quanto la situazione lo concedeva, si distribuì in tre auto e si avviò ad uscire dalla città ormai in preda al contagio. Dopo alcune ore, arrivarono infine su questa piccola collina, in un’atmosfera bucolica lontana da ogni idea di malattia o morte. Dopo essersi sistemati nelle varie camera, radunatisi nell’ampio salone, Davide prese però la parola: 

– Ragazze, l’idea è stata geniale, senza dubbio. Ma dobbiamo trovarci da fare, altrimenti finiamo per farci due palle così. Non dico che era davvero meglio restare a Milano ma… Gli replicò l’istigatrice del ritiro, che già aveva delle sue idee in proposito: 

– Davide, d’accordissimo con te. Abbiamo detto che dovevamo distrarci e tenerci impegnati da cosa c’ha fatto allontanare da Milano. E ci distrarremo. Ma come prima cosa propongo anche di mettere delle piccole regole fra noi, per rendere la convivenza più piacevole. Al fine di evitare sia che ognuno possa far come gli pare e che ci siano discussioni superflue, a turno, ognuno di noi sarà eletto Re o Regina per un giorno e deciderà responsabilità di ognuno e giochi da fare, restando ovviamente responsabile delle sue scelte davanti a tutti. All’ora di cena, questo “Sovrano” indicherà il successore per il giorno seguente tra coloro che ancora non lo sono stati, finché non avremo ricoperto tutti quel ruolo. Nel caso sarà necessario, ricominceremo poi daccapo. Si sentì la voce di Vincenzo dire: 

– Un po’ come nel Decameron. Chiara, leggermente seccata per essere stata interrotta prima di aver terminato, gli replicò dicendo: 

– Ecco sì, un po’ così. Essendo questo il primo giorno, il Sovrano di turno lo sceglieremo a maggioranza. Allora, che ne dite? Tutti si dissero d’accordo e parimenti tutti, di comune accordo, indicarono Chiara come prima Regina. Fu a quel punto che Chiara, divenuta Regina, potè muoversi per portare a compimento il suo reale proposito e, dopo aver diviso tra tutti i vari turni di cucina e pulizie, riprese la parola dicendo: 

– Bene, per le rotture direi che è tutto. Per la parte divertente, adesso, propongo di fare come nostro solito, improvvisarci narratori, e scrivere una novella a testa, ogni giorno, ma con un leggero “twist”: il tema della giornata sarà scelto dal Sovrano incaricato che indicherà anche quello che sarà il primo narratore a parlare. Interruppe ancora Vincenzo: 

– E’ proprio uguale al Decameron. Chiara, ignorando ancora una volta il commento molesto, proseguì rivolgendosi al gruppo tutto: 

– Cosa ne pensate di questa proposta? Fu sta volta Cristina a prendere la parola: 

– D’accordo, mi sembra un bella idea per passare il tempo, ma noi siamo in dieci, passeremo certo molto tempo a scrivere ma ben poco a leggere e condividere. Per il resto cosa facciamo, ci mettiamo su Instagram? A concludere fu Irina: 

– Un contest! Organizziamo un contest online rivolto a tutti i nostri follower! Anziché dargli un giorno, per scrivere, diamo loro una settimana, con il tema scelto dal primo Sovrano che non ne abbia ancora scelto uno. Non hanno niente da fare nemmeno loro, come il caro Vincenzo, gli basterà, non credete? E, accolta l’idea a larga maggioranza, così fecero. 

QUINDICESIMA GIORNATA 

NONA NOVELLA 

Dario Ostellaci ama e non è amato e, per dissolutezza e per dolore, il suo patrimonio va dilapidando. Rimasto povero e solo, gli si presenta infine un’occasione di mutare la sua sorte. 

E così, riscossosi dall’ascoltar silenziosamente il precedente racconto e resosi conto che, tranne per Arianna, come da suo privilegio, mancava solo lui all’appello, prese la parola per dire: 

– Non so è venuto un granché ma anche la mia è una storia in cui l’uomo, ed anche la donna, sanno essere, in fine artefici del proprio destino, romanticamente parland che, per essere homo o mulier faber che sia, fondamentale è agire nel mondo giusto quando ne si presenta l’occasione. 

In quel della provincia di Milano, viveva tale Dario Ostellaci fu Luigi, ex militare di carriera dell’esercito congedatosi col grado di capitano. Era di bello aspetto, di modi bruschi con gli uomini e galante con le donne e, col suo fare imperioso, il fisico scolpito da tanti anni di servizio e i famigerati “occhi di ghiaccio” che così tanto piacciono, le faceva impazzir tutte. Tutte tranne una, come spesso accade. Ritornato infatti al suo paese natio, fattosi non ricco ma benestante con le numerosi missioni all’estero che aveva svolto, prese a viver una vita agiata e dedita, primariamente, allo spassarsela. Acquistò come prima cosa un appartamento di lusso proprio al centro della sua cittadina e fu questa circostanza che lo fece ricongiungere con Vittoria, amore di gioventù abbandonato troppo presto, per intraprendere quella carriera militare che l’aveva portato via lontano. Vittoria si era fatta ormai matura ma era ancora bellissima. Era però andata avanti con la sua vita, quasi dimenticandolo, e, nel frattempo, si era sposata con il direttore del locale centro commerciale. Aveva avuto anche un figlio, già qualche anno prima 

Bisogna ora dire che Dario non era più il ragazzo dolce e cortese che ricordava fosse Vittoria. La vita sotto le armi l’aveva abituato al comando, oltre all’esser comandato, ed era particolarmente arrogante verso i “civili”, come fra sé e sé a volte li chiamava. Fu così che riscoprendo l’antica passione per lei e ritenendosi irresistibile, non si trattenne in alcun modo dal corteggiare una donna sposata, anche spudoratamente. Vittoria, però, al contrario di lui, era una una dai sani principi, tanto più che, il suo cambiamento, unito al latente risentimento per l’abbandono sofferto anni addietro, gliela rendevano ancor più ostile che già non fosse per la devozione a suo marito. E così, molto presto ne ebbe veramente abbastanza dei suo approcci e, un giorno, in malo e in pubblica piazza, lo liquidò definitivamente, intimandogli di lasciarla perdere o di aspettarsi una bella denunzia. Dario, più umiliato che intimorito da quella minaccia ricevuta dalla donna che pensava sarebbe presto tornata da lui, chinò il capo e si allontanò rapidamente, tra le risa e lo scherno della gente. 

Da allora, la sua attrazione per lei divenne quasi ossessione e, nella speranza di farla ingelosire o, di contro, dimenticarla, non risparmiò spese in feste molto trasgressive, in cui escort e droga non mancavano mai. Perdendosi in questo modo divenne, da che era molto ammirato ed invidiato in paese, famigerato e disprezzato per la sua dissolutezza. Ma lui non se ne avvedeva, inizialmente, credendo ancora d’essere , se non amato, invidiato da tutti e ancor meno realizzava il disprezzo radicato che Vittoria ormai nutriva per lui. 

Passarono degli anni e, al contrario di quanto inizialmente si era ripromesso, Dario dilapidò tutti i suoi risparmi e si ritrovò sul lastrico. Costretto perfino a vendere lo spazioso appartamento al centro per pagare i debitori, con ciò che gli rimase si ritirò in un malandato casale nelle campagne circostanti e, per sopravviere, si improvvisò contadino, passando i giorni tra raccolti di rape e uova delle sue gallinelle, molto diverse dalle “pollastre” di cui un tempo si attorniava. Eppure, anche se era stata proprio ella il primo motore della sua rovina, lui non faceva che piangere Vittoria, che ora non poteva più vedere nemmeno da lontano, salvo quelle rare volte che si recava in paese per poi presto fuggirne, incalzato dallo scherno dei paesani. 

Ora, accadde che Vittoria scoprì i tradimenti del marito con più di una cassiera del noto centro e quindi prontamente né divorziò, vincendo la causa di separazione col risultato di averne un congruo assegno di mantenimento e l’affidamento del figlioletto. Dopo ciò, passarono ancora altri anni e Vittoria, ancora scottata dal tradimento dell’ex congiunto, non voleva proprio saperne di frequentare altri uomini. Nel mentre, Dario aveva perso tutti i capelli e si era notevolmente imbruttito. Del resto, la fame non aveva mai fatto bello nessuno. Nei lunghi anni trascorsi in povertà, abbandonato da tutti, aveva anche realizzato quanto fosse stato sciocco a considerare come amicizie le frequentazioni basate sulla baldoria e la convenienza e che, adesso, il prezzo che pagava era non solo di ritrovarsi povero ma, soprattutto, solo. Fu così che gli accadde di ritrovare un po’ di sana umiltà, anche per via della sua condizione attuale e, anziché mostrarsi ancora aggressivo ed arrogante verso gli altri, iniziò ad assumere modi pacati, quasi sottomessi, come per gratitudine vero chi, anche per poco tempo, si intratteneva. 

E fu così che un’estate il figlio di Vittoria, ormai divenuto ragazzetto, fu da lei mandato ad un campo estivo, nelle campagne, a passare del tempo con altri bambini, per staccarsi un po’ da lei. Che quel figlio stava crescendo troppo attaccato, se ne rendeva conto, e inoltre lei era, anche se non l’avrebbe mai ammesso, stanca, e desiderava un po’ di riposo. E, come immaginabile, il colpo del fato sta nel fatto che suddetto campo sorse nei pressi del casale malandato del povero Dario. Che, ormai andato un po’ in là con gli anni, ultimamente aveva preso a piangere il non aver messo su famiglia realizzando che, certamente, era suo destino morir solo. 

Per queste ragioni, era felice di vedere giocare i bambini nella nuova struttura e quando uno degli istruttori, forestiero giunto da Milano che non sapeva niente di lui e 

che in egli vide solo un tranquillo contadinotto di mezza età, gli chiese se i bambini, per certe attività a contatto con la natura, potessero lavorare su un pezzettino dell’orto suo, che era proprio lì accanto, fu al colmo della gioia. Ovviamente, i bambini e le bambine erano sempre sorvegliati ma visto l’animo tranquillo dell’uomo, la sua ampia conoscenza delle tecniche contadine (che, con la dedizione che solo la più acuta disciplina può dare, aveva studiato da sé manuali di agricoltura, per quanto basici, arrivando dal non capirne nulla ad avere, negli anni, un orto ben tenuto) e il fatto che i bambini sembravano divertirsi molto in sua presenza, lasciarono che stessi a loro stretto contato. E, ancora una volta, caso volle (ma fu davvero il caso?) che si legò ad uno in particolare, ed era proprio il figlio di Vittoria. 

Ora, sul finire dell’estate, accade una disgrazia: per una bravata, i ragazzetti erano scappati dopo il coprifuoco dal campo per andare nei campi vicini ed uno di loro (potete immaginare chi) era scivolato in un pozzo di irrigazione. Stava bene ma era spaventato, anzi, terrorizzato, e bagnato fradicio. E ormai stava calando il buio. Prima che l’assenza dei bambini fosse notata e fossero ritrovati, disperati e in lacrime, erano già trascorse due ore. Furono subito chiamati i vigili del fuoco, che però dovevano venire proprio da Milano, e la povera madre che, inizialmente, ebbe un mancamento. 

Mentre, nel mezzo di quel trambusto e con Vittoria che, ripresasi, si precipitava in auto dal figlio in pericolo, Dario giunse dal suo casale, mai troppo lontano, a vedere cosa accadesse. E seppe che quel ragazzetto, che gli era diventato così caro, quasi come fosse figlio suo, era bloccato in quel pozzo. E così, senza pensarci neanche un secondo, tornò in casa, raccolse l’attrezzatura che ancora aveva dagli anni in esercito, che era stato membro proprio degli sci-alpinisti, e, tra le grida e il panico degli istruttori, che gli intimavano di fermarsi di attendere i soccorsi, prese ad allestire le corde. Quando provarono a trattenerlo, con la rinata voce del comando, con cui gridava ordini alle reclute, chiarì loro che, non essendovi caserme né centri della protezione civile nei paraggi, sarebbero potute passare ore, prima che si vedesse alcuno. E con l’ipotermia non si scherza. A queste parole, tacquero e, pur spaventati delle conseguenze, tutte le possibili conseguenze, lo lasciarono fare. 

E così Dario, piantò paletti, annodo nodi, fissò l’imbracatura e si preparò a calarsi nel pozzo. Proprio in quel momento, con uno stridio di freni, Vittoria fermo la piccola autoritaria poco distante e, urlando il nome del figliò, si avvicinò. E vedendo quell’uomo così bardato, prima prese speranza poi, realizzando da com’era vestito che non poteva essere certo un soccorritore, pretese severamente spiegazioni. Che ormai erano buio, si facevano luce con le torce e non lei e Dario, dopo tanti anni, non si erano riconosciuti. 

La donna prese a gridargli contro, di non mettere in pericolo il figlio ma lui, gridando più forte, ribadì quello che già aveva detto, che era in pericolo, e bisognava agire. A quelle parole, Vittoria crollò a terra, singhiozzando. Dario però non se ne curò e, ormai pronto, prese a calarsi, lentamente e con attenzione, nel profondo pozzo lievemente inclinato.. Mentre così scendeva, parlava, e la sua paura crebbe non 

sentendo rispondergli quel ragazzetto. E scendeva, e parlava, a tono sempre più alto. Ormai quasi urlava, fin quando, finalmente, ci fu una risposta, di una piccola, tenera voce lamentosa. 

Dario lo rassicurò che sarebbe andato tutto bene, che c’era lì lui, che un tempo era stato un bravo soldato e sapeva cosa stava facendo. E il bambino se né sentì rassicurato e lo ringrazio. Così, Dario arrivò sul fondo e, abbracciato il bambino, lo strinse forte a sé e urlo, con quanto fiato aveva in gola, a quelli fuori di iniziare a tirare, agitando la corta. E questi infine compresero e così a tirare iniziarono. 

In quell’istante, Dario realizzò di aver commesso un terribile errore. Che l’attrezzatura era vecchia, la corda logora e sembrava voler dare segni di cedimento. Lo assaltò un nero terrore. Che se il bambino era stato fortunato, nella caduta, a scivolare lungo la parete del pozzo, ora che erano in due, appesi ad una corda, se questa dovessi strapparsi all’improvviso, sarebbero entrambi rovinato sul fondo col rischio, perfino, di lasciarci la pelle. 

Così, risalendo con una lentezza esasperante e con la corda che gli dava sempre meno sicurezza, prese una decisione. Disse al bambino che doveva andare avanti, aggrapparsi alla corda e risalire così come faceva durante ginnastica, che sua mamma lo attendeva. Ma questi pianse, disperato, dicendo che aveva paura. E Dario lo guardò teneramente ma col suo fare militaresco, gli urlò che un bravo soldato non ha paura (anche se non era vero, lo sapeva bene) e obbedisce agli ordini. Così, convintosi, il bambino si asciugò le lacrime e prese ad arrampicarsi sulla corda. Era una mossa azzardata, terribilmente pericolosa, che il bambino avrebbe potuto perdere la presa e cadere di sotto oppure la corda lacerarsi prima per via delle sollecitazioni ma Dario ragionò che poteva valerne la pena, dato che lui era leggero e così c’era la possibilità concreta che la corda cedesse sotto il peso di lui, adulto, risparmiando però il piccolo, se risaliva abbastanza. 

E così, in quei minuti lunghi ore, mentre la corda lentamente veniva tirata su e il piccolo si affaccendava a scalarla, finalmente la sua testa fece capolino, ci fu un grido collettivo e mani delicate si affrettarono a tirarlo fuori. Ma Dario era ancora nel pezzo e gli gridò, seppur flebilmente, di continuare a tirare: aveva notato che ora la corda aveva iniziato per davvero a sfilacciarsi. 

Forse non sarebbe morto. Forse si sarebbe rotto solo qualche vertebra. Paralizzato, avrebbe vissuto in sedia a rotelle, lui, povero e solo, privo di alcun aiuto, quanto sarebbe potuto durare? Forse la morte era un’alternativa migliore, dopotutto. 

Con questi cupi pensieri, guardava in alto, presagendo la sua fine. Ma la corda sembrava reggere. Speranza riaffiorò, penso che forse, dopotutto, stava per farcela. Ecco, mancava poco, l’orlo del pozzo era quasi a portata di mano quando… uno schiocco, uno schiocco solo, urla, e lui che si sentiva cadere nel vuoto. La morte stava per giungere. 

Un scatto, di nuovo mani sottili, che lo tenevano. E un corpo esile, che stava per venire trascinato nel pozzo assieme a lui. Urlò ancora, al massimo della disperazione. I caduti si rialzarono, afferrarono Vittoria per tenerla ferma, allungarono le mani e, con grande sforzo, tirarono sù anche lui, erano tutti salvi. 

Fu così che si ritrovarono entrambi a terra, a piangere, gridare, tremare e ridere. Mentre il bambino pure piangeva ed abbracciava la mamma e, ad un tratto, finalmente, si riconobbero. E Vittoria né resto sconvolta ma, assurdamente, Dario di più. E così, passato il terrore, tra le infinite scuse degli istruttori del campo, le minacce di ritorsioni legali di Vittoria e la paura dei bambini, era notte fonda quando questa mise il figlio, crollato in un sonno profondo, in auto, per riportarlo a casa. E Dario, col cuore confuso, si preparò a dirle addio, stavolta definitivamente. 

Ma Vittoria, guardandolo, sembrò vedere un uomo diverso da quello che, l’ultima volta che lo aveva visto, era stata a guardare con disprezzo dalla propria finestra, mentre lasciava casa e il paese pieno di vergogna, essendo ormai caduto in disgrazia, . E quell’uomo sembrò ricordarle il ragazzo avventuroso, ingenuo ma dal cuore buono che aveva amato in gioventù. E fu come se qualcosa in lei, finalmente, cedesse il posto nuovamente ad una tarda primavera. 

E così, gli chiese, se gli andava, di accompagnarla, che era pur sempre il salvatore di suo figlio. E così magari avrebbe potuto raccontarle cosa aveva fatto in tutti quelli anni e come mai fosse cambiato tanto. Dario ne resto profondamente meravigliato ma non se lo fece ripetere due volte. E così, salito in auto con lei, iniziò a narrare, per poi continuare a tavola di lei, dopo che questa aveva messo il bambino a letto, davanti ad un bicchiere di vino. Ed era tutto vergognoso di come si era ridotto. Ma lei era sbalordita dalla determinazione che aveva saputo mostrare negli anni, nonostante le avversità, e dalla sua ritrovata umiltà, con cui aveva sopportato e sopportava la sua condizione. 

E così si venne a come Dario aveva conosciuto il ragazzetto di Vittoria, a come avessero particolarmente legato, e a come lui non avesse alcuna idea che potesse essere suo figlio. E lei, di contrò, gli narrò dei tradimenti del marito, del divorzio e di come, da molti anni, viveva solo col figlio, provvedendo al meglio alle necessità di entrambi che, almeno il denaro, loro non mancava. 

E Dario, sentendolo, rimase sbalordito quanto lei era stata da la sua stessa vita. E così, si venne infine agli accadimenti di quella notte e, non senza esitazione, Dario le confessò del suo errore e di come essi avessero rischiato la vita e, quando lei le chiese perché il bambino era riemerso prima, Dario ammise la soluzione che aveva pensato, vergognandosi per i tanti rischi corsi. 

Ma se lei, da prima, fu furiosa all’idea di ciò che la sua avventatezza potesse aver comportato, si chetò presto, realizzando quanto era stato reale il rischio ipotermia per suo figlio, che era già incredibilmente freddo quando fu tirato dal pozzo, non considerando che i vigili del fuoco, sul posto, non sarebbero arrivati che ancora un’ora dopo. 

Consapevole, quindi, che quell’uomo aveva rischiato tutto per salvare la vita al suo unico figlio, di slancio gli prese la mano e lo invitò a restare e passare quella fredda notte, con lei. E fu così che, in quel modo, essi finalmente si ricongiunsero, per non lasciarsi mai più andare. 

Di lì a qualche anno finalmente infatti perfino si sposarono e, mentre Vittoria potè nuovamente dedicarsi, dopo tanti anni di sacrifici, con pieno vigore all’attività professionale, Dario investì tutto sé stesso nella cura di quella famiglia e di quel ragazzino che sentiva ormai un po’ su. E lui stesso, anche per riconoscenza, gli si affezionò davvero come ad un padre, che il suo naturale era da tempo sparito dalle loro vite, eccetto l’assegno che mensilmente era tenuto a versare e che, saputo della convivenza, pur aveva provato, per tramite dell’avvocato, a negar loro, fallendo però grazie alla nullatenenza del buon Dario. 

E fu così che Dario Ostellaci, che tutto aveva perso per Amore, infine l’Amore e la casa ed il vitto, insieme all’adorata vittoria, ritrovò.

Vincenzo Rippa


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